Palermo, 3 marzo – Il panorama rallistico siciliano si arricchisce di una nuova gara, il Rally Ronde Città di Mussomeli, in programma in provincia di Caltanissetta il 15 e 16 marzo. La gara, organizzata dal Team Palikè con il patrocinio della provincia Regionale nissena e dei Comuni di Mussomeli, Villalba, Sutera e Acquaviva si disputerà con la formula delle “ronde”, ovvero con una sola prova speciale da ripetersi più volte. Teatro di questa nuova gara sarà la selettiva ed impegnativa prova speciale di “Mappa”, lunga ben 10,80 km, che sarà ripetuta per quattro volte.In questo modo il pubblico potrà “godersi”, senza doversi spostare di un solo metro, ben quattro passaggi dei propri beniamini, che transiteranno ogni due ore sulla prova speciale di Mappa, in passato utilizzata per il Rally di Primavera. Si tratta in pratica di un grande “circuito” il cui percorso avrà inizio dinanzi al Municipio, dalla piazza Madonna di Fatima a Mussomeli, dove il rally scatterà alle ore 8,31 di domenica 16 marzo, toccherà la prova di Mappa e poi Villalba, dove è posto un controllo a timbro. Quattro i Parchi Assistenza previsti, tutti a Mussomeli in piazza MongibelloLe iscrizioni si chiuderanno lunedì 9 marzo, ma già si preannuncia una partecipazione oltremodo qualificata con la presenza della Fiat Grande Punto S2000 di Paolo Piparo, delle Renault Clio S1600 di Michele Giandalone, del locale Mingoia e dell’agrigentino La Rosa e delle Mitsubishi Lancer Evo di Di Lorenzo e del pilota di casa Territo.Le operazioni di verifica delle vetture e degli equipaggi iscritti si svolgeranno sabato 15 marzo presso l’Istituto Comprensivo 2° di Mussomeli dalle ore 9 alle 13,30, mentre le ricognizioni con vetture di serie si svolgeranno dalle 10,15 alle 16,00.L’arrivo è previsto per le ore 16,30, sempre in piazza Madonna di Fatima, dove i concorrenti giungeranno dopo aver affrontato i 162 km del percorso totale ed i 43 km delle 4 prove. La classifica sarà determinata dalla somma dei migliori tre passaggi realizzati. La premiazione prevista per le ore 18,30 presso la Palestra Comunale, concluderà la manifestazione.-
Il romanzo di fantascienza dal titolo "Naufraghi nello spazio profondo ", di Francesco Toscano
Sinossi: In un futuro distopico l’umanità, all’apice della sua evoluzione e prossima all’estinzione, sarà costretta, inevitabilmente, a lasciare la Terra, la nostra culla cosmica, alla ricerca di un pianeta alieno in cui poter vivere, sfruttando le conoscenze del suo tempo. Inizia così l’avventura del giovane Joseph MIGLIORINI, di professione ingegnere, e di altri giovani terrestri, un medico, un geologo, un ingegnere edile, che, da lì a poco, a bordo di una navetta spaziale allestita dal loro Governo, sarebbero stati costretti a raggiungere il pianeta Marte, il “nostro vicino cosmico”, al fine di atterrare nei pressi del suo polo nord ove, anni prima, dei robot costruttori avevano realizzato una stazione spaziale permanente, denominata “New Millenium”; tutto questo affinché parte dell’umanità sopravvissuta agli eventi nefasti e apocalittici potesse prosperare su quella landa desolata, tanto ostile alla vita in genere, giacché ritenuta unico habitat possibile e fruibile ai pochi sopravvissuti e alla loro discendenza.
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Il romanzo breve dal titolo "Condannato senza possibilità d'appello.", di Francesco Toscano
Sinossi: Le concezioni primitive intorno all`anima sono concordi nel considerare questa come indipendente nella sua esistenza dal corpo. Dopo la morte, sia che l`anima seguiti a esistere per sé senza alcun corpo o sia che entri di nuovo in un altro corpo di uomo o d`animale o di pianta e perfino di una sostanza inorganica, seguirà sempre il volere di Dio; cioè il volere dell’Eterno di consentire alle anime, da lui generate e create, di trascendere la vita materiale e innalzarsi ad un piano più alto dell’esistenza, imparando, pian piano, a comprendere il divino e tutto ciò che è ad esso riconducibile.
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Il romanzo giallo dal titolo "L'infanzia violata", di Francesco Toscano
Sinossi: Dovrebbero andare a scuola, giocare, fantasticare, cantare, essere allegri e vivere un'infanzia felice. Invece, almeno 300 milioni di bambini nel mondo sono costretti a lavorare e spesso a prostituirsi, a subire violenze a fare la guerra. E tutto ciò in aperta violazione delle leggi, dei regolamenti, delle convenzioni internazionali sui diritti dell'infanzia. La turpe problematica non è lontana dalla vostra quotidianità: è vicina al luogo in cui vivete, lavorate, crescete i vostri bambini. Ad ogni angolo dei quartieri delle città, dei paesi d'Italia, è possibile trovare un'infanzia rubata, un'infanzia violata.
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Il romanzo giallo dal titolo "I ru viddrani", di Francesco Toscano
Sinossi: Non è semplice per un vecchietto agrigentino rientrare in possesso del suo piccolo tesoro, che consta di svariati grammi di oro e di argento, che la sua badante rumena gli ha rubato prima di fuggire con il suo amante; egli pensa, allora, di rivolgersi a due anziani suoi compaesani che sa essere in buoni rapporti con il capo mafia del paesino rurale ove vive, per poter rientrare in possesso del maltolto. A seguito della mediazione dei "ru viddrani", Don Ciccio, "u pastranu", capo mafia della consorteria mafiosa di Punta Calura, che ha preso a cuore la vicenda umana di Domenico Sinatra, incarica i suoi sodali di mettersi sulle tracce della ladruncola e di far in modo che ella restituisca la refurtiva all`anziano uomo. Qualcosa, però, va storto e fra le parti in causa si acuisce un'acredine che amplifica l'entità del furto commesso, tanto che nel giro di pochi anni si arriva all`assassinio di Ingrid Doroteea Romanescu, la badante rumena resasi autrice del furto in questione.
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Il romanzo giallo dal titolo "I ru viddrani", di Francesco Toscano
Sinossi: Non è semplice per un vecchietto agrigentino rientrare in possesso del suo piccolo tesoro, che consta di svariati grammi di oro e di argento, che la sua badante rumena gli ha rubato prima di fuggire con il suo amante; egli pensa, allora, di rivolgersi a due anziani suoi compaesani che sa essere in buoni rapporti con il capo mafia del paesino rurale ove vive, per poter rientrare in possesso del maltolto. A seguito della mediazione dei “ru viddrani”, Don Ciccio, “ù pastranu”, capo mafia della consorteria mafiosa di Punta Calura, che ha preso a cuore la vicenda umana di Domenico Sinatra, incarica i suoi sodali di mettersi sulle tracce della ladruncola e di far in modo che ella restituisca la refurtiva all`anziano uomo. Qualcosa, però, va storto e fra le parti in causa si acuisce un’acredine che amplifica l’entità del furto commesso, tanto che nel giro di pochi anni si arriva all`assassinio di Ingrid Doroteea ROMANESCU, la badante rumena resasi autrice del furto in questione.
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Libro/E-book: Malacarne, di Francesco Toscano
Sinossi: Nella primavera dell'anno 2021 a Palermo, quando la pandemia dovuta al diffondersi del virus denominato Covid-19 sembrerebbe essere stata sconfitta dalla scienza, malgrado i milioni di morti causati in tutto il mondo, un giovane, cresciuto ai margini della società, intraneo alla famiglia mafiosa di Palermo - Borgo Vecchio, decide, malgrado il suo solenne giuramento di fedeltà a Cosa Nostra, di vuotare il sacco e di pentirsi dei crimini commessi, così da consentire alla magistratura inquirente di assicurare alla giustizia oltre sessanta tra capi e gregari dei mandamenti mafiosi di Brancaccio, Porta Nuova, Santa Maria Gesù. Mentre Francesco Salvatore Magrì, inteso Turiddu, decide di collaborare con la Giustizia, ormai stanco della sua miserevole vita, qualcun altro dall'altra parte della Sicilia, che da anni ha votato la sua vita alla Legalità e alla Giustizia, a costo di sacrificare sé stesso e gli affetti più cari, si organizza e profonde il massimo dell'impegno affinché lo Stato, a cui ha giurato fedeltà perenne, possa continuare a regnare sovrano e i cittadini possano vivere liberi dalle prevaricazioni mafiose. Così, in un turbinio di emozioni e di passioni si intrecciano le vite di numerosi criminali, dei veri e propri Malacarne, e quella dei Carabinieri del Reparto Operativo dei Comandi Provinciali di Palermo e Reggio di Calabria che, da tanti anni ormai, cercano di disarticolare le compagini mafiose operanti in quei territori. Una storia umana quella di Turiddu Magrì che ha dell'incredibile: prima rapinatore, poi barbone e mendicante, e infine, dopo essere stato "punciutu" e affiliato a Cosa Nostra palermitana, il grimaldello nelle mani della Procura della Repubblica di Palermo grazie al quale potere scardinare gran parte di quell'organizzazione criminale in cui il giovane aveva sin a quel momento vissuto e operato.
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Libro/E-book: A proposito degli alieni..., di Francesco Toscano ed Enrico Messina
Sinossi: Fin dalla preistoria ci sono tracce evidenti del passaggio e dell‘incontro tra esseri extraterrestri ed esseri umani. Da quando l‘uomo è sulla Terra, per tutto il suo percorso evolutivo, passando dalle prime grandi civiltà, all‘era moderna, sino ai giorni nostri, è stato sempre accompagnato da una presenza aliena. Lo dicono i fatti: nei reperti archeologici, nelle incisioni sulle rocce (sin qui rinvenute), nelle sculture, nei dipinti, in ciò che rimane degli antichi testi, sino ad arrivare alle prime foto e filmati oltre alle innumerevoli prove che oggi con le moderne tecnologie si raccolgono.Gli alieni ci sono sempre stati, forse già prima della comparsa del genere umano, e forse sono loro che ci hanno creato. I Sumeri, gli Egizi, i Maya, gli Inca, le civiltà indiane, tutte culture che hanno avuto un livello tecnologico superiore per quel tempo. I miti Babilonesi, la cultura Greca con la sua mitologia, i miti delle popolazioni nordiche, le leggende delle popolazioni precolombiane, (persino nella Bibbia, vedi Genesi o Apocalisse), parlano di esseri soprannaturali, di eventi immani, (come un grande diluvio). Anche in questo periodo alcuni popoli che vivono allo stato primitivo, come ad esempio i Dogon del Mali, hanno conoscenze astronomiche cui l‘uomo moderno ha avuto accesso solo dopo con il progredire della tecnologia. E' nell‘era moderna che la tematica si sviluppa maggiormente. Dal Novecento ad oggi è un susseguirsi di prove, fatti, avvistamenti; l‘episodio di Roswell è il più indicativo. Gli U.S.A. sembrano la nazione che nel secondo dopoguerra abbia beneficiato maggiormente del contatto con gli alieni. L‘oscurantismo della Guerra Fredda, dominante sino a qualche anno fa è crollato. Tutte le Intelligence delle maggiori potenze mondiali stanno rivelando al mondo dossier segretati sino a qualche tempo fa, (in vista forse del 2012, che secondo un‘antica profezia Maya segnerà l‘inizio di una nuova era). Anche il Vaticano ha ammesso la probabile esistenza di extraterrestri, con i relativi problemi etico-religiosi che ne possono derivare. Se esistono gli alieni, e se ci hanno creati loro, esiste anche un Dio Creatore, come lo intendiamo noi? Che cosa succederebbe se così non fosse? La Chiesa sa la verità e non la vuole rivelare? Oppure sia noi che gli alieni facciamo parte di un unico progetto divino? Abbiamo un‘anima? Che cosa succede dopo la morte? L‘aldilà è forse un‘altra dimensione o un Universo parallelo dove i mondi s‘incontrano? Perché (come dicono alcuni ricercatori) gli alieni ci studiano? Che cosa cercano nell‘uomo? Le grandi potenze mondiali ne sono informate? Tutti interrogativi cui non è possibile a oggi dare una risposta certa, però si può provare a dare diverse, probabili soluzioni.
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Libro/E-book: Le indagini del Maresciallo Ascali: L’usuraio, di Francesco Toscano
Sinossi: Le indagini del Maresciallo Ascali - L'usuraio Benvenuti nel cuore pulsante e spesso tormentato di Palermo, dove le indagini del Luogotenente dei Carabinieri Roberto Ascali si addentrano ancora una volta nelle pieghe oscure del tessuto sociale. In questo nuovo capitolo, intitolato "L'usuraio", l'arrivo di un certo Colajanni Eduardo nella caserma dei Carabinieri dà il via a un'indagine che promette di svelare inquietanti connessioni. Ciò che inizia come un'indagine sul reato di usura, un crimine silente e devastante che affligge le fasce più vulnerabili della popolazione, prende subito una piega potenzialmente pericolosa. La redazione della Comunicazione di Notizia di Reato non si limita a ipotizzare l'usura, ma prospetta al Magistrato inquirente un legame inquietante tra l’usuraio e “ambienti mafiosi”, suggerendo la possibile aggravante del metodo mafioso. Le dichiarazioni inattese dell'usuraio Cozzolino, denunciato da Colajanni, rivelano che l'indagine prenderà direzioni impreviste. Quando la morte di Colajanni per avvelenamento viene accertata, il quadro che emerge dalle dichiarazioni di Cozzolino è "del tutto inedito", confermando l'intuizione di Ascali riguardo un coinvolgimento più ampio della criminalità organizzata. Sembrava solo una storia di usura all'inizio, ma l'ombra di Cosa Nostra si allunga su tutta la vicenda. Emergono collegamenti con i mandamenti mafiosi palermitani, in particolare Brancaccio e Porta Nuova. Maresciallo Ascali, oggi Luogotenente, deve usare la sua tenacia e il suo acume investigativo per accertare la verità sulla morte di Colajanni e sul sistema criminale sotteso. La sua vita personale è segnata dal dolore per la malattia che affligge la sua amata moglie, ma la sua presenza e l'appartamento confiscato alla mafia in cui vivono a Palermo - divenuto il loro rifugio di pace - gli danno la forza per affrontare le indagini. "L'usuraio" si prospetta come un nuovo avvincente capitolo delle indagini del Maresciallo Ascali, esplorando il legame pericoloso tra l'usura e la criminalità organizzata, mantenendo alta la suspense e conducendo il lettore nei meandri oscuri del potere e della disperazione, dove la linea tra vittima e carnefice è spesso sottile.
mercoledì 5 marzo 2008
In provincia di Caltanissetta nasce un nuovo rally - La Ronde Città di Mussomeli debutta il 16 marzo
Palermo, 3 marzo – Il panorama rallistico siciliano si arricchisce di una nuova gara, il Rally Ronde Città di Mussomeli, in programma in provincia di Caltanissetta il 15 e 16 marzo. La gara, organizzata dal Team Palikè con il patrocinio della provincia Regionale nissena e dei Comuni di Mussomeli, Villalba, Sutera e Acquaviva si disputerà con la formula delle “ronde”, ovvero con una sola prova speciale da ripetersi più volte. Teatro di questa nuova gara sarà la selettiva ed impegnativa prova speciale di “Mappa”, lunga ben 10,80 km, che sarà ripetuta per quattro volte.In questo modo il pubblico potrà “godersi”, senza doversi spostare di un solo metro, ben quattro passaggi dei propri beniamini, che transiteranno ogni due ore sulla prova speciale di Mappa, in passato utilizzata per il Rally di Primavera. Si tratta in pratica di un grande “circuito” il cui percorso avrà inizio dinanzi al Municipio, dalla piazza Madonna di Fatima a Mussomeli, dove il rally scatterà alle ore 8,31 di domenica 16 marzo, toccherà la prova di Mappa e poi Villalba, dove è posto un controllo a timbro. Quattro i Parchi Assistenza previsti, tutti a Mussomeli in piazza MongibelloLe iscrizioni si chiuderanno lunedì 9 marzo, ma già si preannuncia una partecipazione oltremodo qualificata con la presenza della Fiat Grande Punto S2000 di Paolo Piparo, delle Renault Clio S1600 di Michele Giandalone, del locale Mingoia e dell’agrigentino La Rosa e delle Mitsubishi Lancer Evo di Di Lorenzo e del pilota di casa Territo.Le operazioni di verifica delle vetture e degli equipaggi iscritti si svolgeranno sabato 15 marzo presso l’Istituto Comprensivo 2° di Mussomeli dalle ore 9 alle 13,30, mentre le ricognizioni con vetture di serie si svolgeranno dalle 10,15 alle 16,00.L’arrivo è previsto per le ore 16,30, sempre in piazza Madonna di Fatima, dove i concorrenti giungeranno dopo aver affrontato i 162 km del percorso totale ed i 43 km delle 4 prove. La classifica sarà determinata dalla somma dei migliori tre passaggi realizzati. La premiazione prevista per le ore 18,30 presso la Palestra Comunale, concluderà la manifestazione.TRAPANI: PESANTI TAGLI AGLI ORGANICI, 176 POSTI IN MENO
Ancora tagli per l’anno scolastico 2008/09. Gli organici del personale docente nella nostra provincia saranno “falcidiati” in tutti gli ordini di scuola dove saranno tagliati 176 posti così distribuiti: 91 scuola primaria, 42 scuola secondaria di primo grado, 43 scuola secondaria di secondo grado. Le OO.SS. hanno già espresso un giudizio negativo sui provvedimenti contenuti nella legge Finanziaria 2008 e sulla c.m. n. 19/08 che prevede che il numero delle classi prime si determini tenendo conto soltanto del numero complessivo degli alunni, indipendentemente dai plessi e dalle sezioni staccate, dai diversi indirizzi, corsi di studio e sperimentazioni, mettendo a rischio la loro sopravvivenza. L’effetto immediato è l’aumento, notevole, del numero di alunni per classe.MUSICA: CATANIA, A 'ETNAFEST' IL PIANISTA DAVE BURRELL
Catania, 5 mar. - (Adnkronos/Adnkronos Cultura) - Dave Burrell, pianista e compositore americano di spicco della scena musicale contemporanea, sara' il protagonista di un concerto, domani presso il Centro Zo' di Catania, nell'ambito della sezione "Black is beautiful... e non solo'' di Etnafest. L'artista sara' accompagnato dalla voce di Leena Conquest, dal basso di Harrison Bankhead e dalla batteria di Guillermo E. Brown.Lo stile pianistico di Burrell raccoglie ispirazioni diverse: il jazz dei grandi maestri, Duke Ellington, Jelly Roll Morton e Thelonious Monk ma anche la tradizione europea, in particolare il repertorio operistico di Giacomo Puccini a cui ha dedicato una suite ''La Vie De Bohe'me''. Negli ultimi trent'anni di carriera, il pianista ha partecipato ad oltre 100 registrazioni, di cui venticinque a suo nome ed e' stato promotore di molti progetti fra cui "Leena Conquest Sings The Songs Of Dave Burrell", che presenta il lavoro di compositore di Burrell con i testi di Monika Larsson e la voce straordinaria di Leena Conquest in un'affascinante forma cabarettistica, di teatro-musica.lunedì 3 marzo 2008
La Provincia di Palermo.
Se Palermo è, nel panorama artistico della provincia (e dell'intera Sicilia), il centro urbano eminente, altri luoghi, altri centri abitati nello stesso territorio provinciale propongono - nella diversità delle testimonianze custodite -depositi d'arte d'alto spessore, che ne fanno preziosi archivi di immagini estetiche. Per esse il vivace mondo espressivo dei centri minori offre la rappresentazione della comune civiltà artistica, squisito apparato di bellezze che partecipano alla composizione dell'articolato mosaico dell'Arte e della Storia. Movendo all'osservazione di un tale composito retablo di forme del passato, il visitatore sperimenterà allora nuove immagini del bello, raccoglierà altre interessanti espressioni figurative che ne soddisferanno umanisticamente l'impegno culturale. Scontato sarà iniziare la scorribanda alla conoscenza artistica della provincia palermitana da Monreale, la cittadina di origine normanna che , ormai conurbata con Palermo, dalle pendici del monte Caputo pittorescamente domina la Conca d'Oro e la stessa capitale. Qui capolavoro esclusivo, che vale da solo un viaggio in Sicilia, è il duomo normanno, struttura di compatto impianto romanico, fondato (1174-1176) dal re Guglielmo il Buono. La maestosa mole dell'edificio severamente prospetta nella marcata imponenza delle due torri angolari che serrano il settecentesco portico a tre arcate, al cui interno la splendida porta bronzea di Bonanno Pisano (1186) immette nel tempio; sul fianco destro è un'altra porta preziosamente scolpita da Barisano di Trani (1179); all'esterno, le absidi propongono una festosa decorazione policroma ad archi acuti intrecciati a tarsie di lava e calcare.Il miracolo è all'interno. Rifulge nella spaziosa aula basilicale l'aurea gloria dell'intenso addobbo musivo, che per una superficie di ben 6340 mq. riveste le pareti, svolgendo in una luminosa narrazione ricca di vividi cromatismi i cicli dell'Antico Testamento nella navata centrale, della vita di Cristo nelle navi minori, ed episodi seguiti all'Incarnazione del Verbo nelle pareti delle absidi, dominate nell'alto del cappellone dalla possente figura del Cristo Pantocratore. Sulla destra dell'edificio, lo squisito chiostro dell'antica abbazia benedettina, opera dalle fascinose evocazioni orientali, si offre con la ritmata sequenza delle sue cento arcate gotiche sorrette da 228 leggiadre colonnine binate, tutte di diverso ornato.
Da Monreale, inoltrandosi lungo la "scorrimento veloce" per Sciacca, si perverrà dopo breve percorso ai resti di un'antica città: è Ietai, sul monte Iato,nei pressi di San Cipirello, ricostruita nel IV secolo a. C. su una precedente fondazione èlima e rasa al suolo nel 1246 da Federico di Svevia per reprimervi una rivolta delle popolazioni musulmane. Interessante il teatro sulla cima del monte, capace di tremila spettatori; pià in basso si apprezzano l'agorà circondatada portici, affiancata dalla "sala del consiglio" e i resti di varie abitazioni e di un tempio sacro a Venere. Si conservano nel piccolo museo civico di San Cipirello cinque buone statue in pietra che ornavano il teatro (due satiri, due baccanti e un leone) e altro materiale archeologico. Restiamo nell'immediato entrotera palermitano per raggiungere Carini.
La città si offrirà al visitatore con la prima significativa emergenza feudale: quel castello reso famoso dalla tragica storia di adulterio e di morte della baronessa Laura Lanza. Risultato di successivi inserti costruttivi e di diverse voghe stilistiche, l'edificio, di originario impianto normanno (107-90) ,mostra tracce di un vasto rifacimento trecentesco, cui nei secoli XV-XVI seguì la trasformazione in palazzo nobiliare; elementi rinascimentali si riconoscono nel salone delle feste con bel soffitto ligneo dipinto, nel cortile con finestre architravate, nella cappella e nei portali degli appartamenti; settecentesche sono le pitture decorative delle stanze. Nucleo eminente di una trama urbanistica che vene formandosi atorno a questa dimora, il castelo assolse a un ruolo propulsivo dell'arrichimento artistico del paese, che si esprime con latri significativi episodi: la chiesa madre dell'Assunzione (1492-1532), ristrutturata nel Settecento, con animata facciata compresa fra due campanili (uno dei quali mozzo) e addobbi neoclassici all'interno;l'oratorio del SS. Sacramento, ornato di vivaci stucchi di scuola serpottiana; la chiesa di San Vito (1532) con campanile d'epoca barocca. Una "Madonna dell'Itria" dello Zoppo di Gangi è nella chiesa omonima.
Ad altre rilevanti immagini, ad altri incontri d'arte conduce il percorso lungo le aree costiere a est di Palermo.Qui, sorta fra il Sei e il Settecento, in dipendenza da una aristocratica voga che sospinse la nobilità palermitana a realizzare fra le ubertose campagne della Conca d'Oro le proprie dimore estive, Bagheria è luogo di attrattive per le sue celebri ville patrizie, ormai riposte memorie di uno splendore perduto. La più famosa è la vialla Palagonia (1715-92), elegante e sfarzoso prodotto barocco con la surrealistica coreografia dei 62 mostri in pietra che ne coronano il recinto, al cui interno l'edificio si compone a ventaglio preceduto dalla movimentata scalea a duplice rampa. Altrettanto illustri sono: la villa Butera, la più antica di tutte (1658), dalla chiusa struttura feudale; la monumentale villa Valguarnera (1721) , scenograficamente preceduta da un ampio loggiato a tenaglia; la villa Trabia (1752),rigorosamente modellata dalla sua esasperata simmetria decoratia a geometrici riquadri, la villa Galletti-Inguaggiato (1777), illeggiadrita dai preziosi decori di facciata; la massiccia villa Cattolica, oggi sede della Galleria d'Arte Moderna, con opere di Guttuso e di altri contemporanei. Interessante complesso residenziale è anche la settecentesca villa San Cataldo, ristrutturata in stile neogotico nel primo Ottocento, affacciata con una elegante balaustrata sull'amabile prospettiva del golfo di Porticello.
Nei pressi, sul monte Catalfano, sono gli avanzi di Solunto, importante centro punico (VII secolo a.C.). Solunto, antica città fondata dai Fenici sulla costa settentrionale della Sicilia, sul monte Catalfano, a circa 2 Km da Santa Flavia, di fronte Capo Zafferano, nei pressi di Palermo. Preceduta sulla stessa area dall'insediamento fenicio di Kfra (700 a. C. ), la città venne fondata dai Cartaginesi nel IV secolo a.C. che ne mantennero il controllo per più di un secolo. Durante questo periodo divenne centro di traffico marittimo rivaleggiando con Palermo e Mozia. In seguito alla prima guerra punica (250 a.C circa) passò sotto il dominio Romano. Il declino della città iniziò nel I secolo col graduale abbandono della città a favore dei centri abitati della pianura sottostante, fino al saccheggio subito ad opera dei Saraceni nel VII secolo. l nome greco di Solunto, secondo il mito di fondazione, riportato da Ecateo di Mileto, deriverebbe da quello di un brigante, Solus, ucciso da Eracle. Il nome fenicio conosciuto dalle monete (Kfra = Kafara), significa "villaggio", mentre lo steso nome greco (Solus, corrispondente al latino Soluntum) potrebbe essere d'origine fenicia, e significherebbe "roccia", con un caratteristico riferimento alla natura del sito. La più antica notizia su Solunto ci è trasmessa da Tucidide (VI, 2, 6), secondo il quale il luogo sarebbe stato occupato dai Fenici (insieme a Mozia e Palermo) al momento della prima colonizzazione greca. La città è stata localizzata con certezza sul monte Catalfano, 20 km ad est di Palermo, ma lo scavo non ha finora trovato nulla d'anteriore al IV secolo a.C. Si era quindi supposto che il centro più antico fossa da identificare con la vicina località di Pizzo Cannita, da dove provengono due sarcofagi antropoidi punici (ora al Museo Archeologico Regionale di Palermo), ma la recente scoperta di tombe del VI secolo ai piedi del monte Catalfano ha riaperto la questione: la Solunto più antica va cioè localizzata nella stessa zona di quella più tarda, anche se ne ignoriamo il sito preciso (forse ai piedi del monte, e in vicinanza del mare, come ci aspetteremmo per un emporio fenicio, o piuttosto nella zona non scavata a monte del teatro, dove va localizzata l'acropoli). La città fu conquistata per tradimento da Dionigi il Vecchio nel corso della sua guerra contro i Cartaginesi (396 a. C.), insieme a Cefalù ed Enna. Già in precedenza il suo territorio era stato saccheggiato insieme a quello di altre due città rimaste fedeli ai Cartaginesi, Halyciae e Palermo (Diodoro, XIV, 48, 4; 78, 7). È probabile che in quest’occasione l'abitato sia stato gravemente danneggiato o distrutto, dal momento che non se ne parla più a proposito della seconda spedizione di Dionigi, nel 368. In ogni caso, è proprio immediatamente dopo tale data che la città venne ricostruita interamente, secondo un piano regolare, nella fortissima posizione sul monte Catalfano che rimase la sua sede definitiva. Sappiamo che nel 307 a. C. vi s’insediò, col benestare dei Cartaginesi, un gruppo di mercenari greci abbandonati da Agatocle in Africa (Diodoro, XX, 69, 3) dopo il fallimento della sua spedizione. La presenza di un forte nucleo ellenico è, del resto, confermata, oltre che dal carattere stesso delle costruzioni e della loro decorazione, dalla presenza d'iscrizioni in greco, e dal tipo delle magistrature e dei sacerdozi in esser ricordati: gli anfipoli di Zeus Olimpio e gli "hieròthytai" (i primi sembrano riprodurre un'istituzione siracusana, introdotta da Timoleonte nel 363 a. C. ). Nel 254, durante la prima guerra punica, la città passò ai Romani, come Iatai, Tindari ed altre (Diodoro, XXIII, 18, 5). Sappiamo da Cicerone che essa faceva parte delle "civitates decumanae" (Verrine, II 3, 103). La notizia più tarda si ricava dall'unica iscrizione latina scoperta a Solunto, una dedica della "res publica Soluntinorum" a Fulvia Plautilla, moglie di Caracalla. A giudicare dai materiali archeologici sembra che il sito, semideserto e in decadenza già dal I secolo, sia stato definitivamente abbandonato poco più tardi. Gli scavi realizzati nell'Ottocento avevano già liberato una parte della città, ma essi sono stati ripresi nel 1952, e portati avanti negli anni successivi. È così tornato alla luce un settore notevole del tessuto urbano, che permette di ricostruire la struttura riorganizzata integralmente intorno alla metà del IV secolo a.C. La città occupa il pianoro del monte Catalfano, che si digrada da ovest ad est (da un'altezza sul livello del mare da m 235 a 150), e in parte è franato sul lato nord. La superficie doveva essere originariamente di circa 18 ettari, ed era suddivisa regolarmente da una serie di strade orientate da nord-est a sud-ovest (tre delle quali sono state parzialmente scavate), intersecate da assi minori perpendicolari (larghi da 3 a 5, 80 m), i quali, essendo disposti perpendicolarmente alla pendenza, sono perlopiù costituiti da scalinate. Ne risultano isolati rettangolari, di circa 40 x 80 m, disposti con il lato minore sugli assi principali. Essi sono suddivisi a metà, in senso longitudinale, da uno stretto "ambitus" (m 0, 80-1), destinato a drenare gli scoli, che, in corrispondenza delle strade principali, si trasformano in canali sotterranei. Non esistevano fogne. La strada principale (nota col nome moderno di "via dell'Agorà") è larga da 5, 60 a 8 m, e conduce alla zona pubblica della città, situata nella zona nord. A differenza delle altre – che sono pavimentate in lastre di calcare – essa presenta, a partire dal terzo isolato, una pavimentazione in mattoni quadrati. In corrispondenza degli incroci, la carreggiata è occupata da tre blocchi allineati con incassi, forse destinati a sostenere ponticelli lignei d'attraversamento in caso d'inondazioni.La disposizione delle abitazioni riflette certamente diversi livelli sociali. Nelle zone periferiche, infatti, per quanto finora si conosce, gli isolati sono divisi in otto abitazioni, di 400 m2 al massimo, e perlopiù prive di peristilio, sostituito da un semplice cortile. Nell'area centrale gli isolati comprendono in genere sei case, la cui superficie arriva sino a 540 m2, e che sono perlopiù dotate di peristili e di ricca decorazione musiva e pittorica. L'impianto sembra essere sostanzialmente quello originario, della metà del IV secolo a.C., anche se naturalmente si notano numerosi rifacimenti d'età tardoellenistica e romana (che sembrano solitamente concentrati fra il II secolo a.C. e il I secolo, mentre scarsissime sono le aggiunte posteriori). Si tratta insomma di un tipico piano regolatore d'età tardoclassica, che ritroviamo anche altrove in Sicilia (Iatai, Tindari, Eraclea, Gela, Agrigento, probabilmente a Segesta ed a Taormina), derivato da modelli greci, verosimilmente dell'Asia minore, come quello di Priene.
Più oltre, lungo la costa, Termini Imerese partecipa con interessanti testimonianze al repertorio della civiltà artistica. Si segnalano: la matrice di S. Nicola (secoli XVI-XVII), con facciata del 1912 e all'interno una vivida Croce ligna di Pietro Ruzzolone (1484);la chiesa di S. Caterina (sec. XV), con nervoso portale ogivale e interno vivacemente affrescato con quattrocentesche storie della Santa corredate da antiche diciture dialettali; la chiesa dell'Annunziata, con bel porale del 1634 e cupola maiolicata, la chiesa della Madonna della Consolazione, con gradinata barocca a duplice rampa nel prospetto e interno briosamente decorato di stucchi di scuola serpottiana.
Proseguendo in direzione di Messina, Cefalù, adagiata ai piedi della sua pittoresca rocca, appresta al visitatore un suggestivo repertorio d'arte. Tracce di frequentazione del sito risalgono all'epoca preistorica, in particolare in due grotte che si aprono sul lato settentrionale del promontorio su cui sorse la città. A un insediamento pre-ellenico si riferisce la cinta muraria di tipo megalitico, datata alla fine del V secolo a. C. , che circonda l'attuale centro storico ed è in gran parte ancora conservata, e il contemporaneo "tempio di Diana", un santuario costituito da un edificio megalitico, coperto con lastroni di pietra di tipo dolmenico che ospita una precedente cisterna più antica (IX secolo a.C.). Nel IV secolo a.C. i Greci diedero al centro indigeno il nome di Kefaloidion, dal greco kefalé, ovvero "capo"; riferito probabilmente al suo promontorio. Nel 307 a.C. venne conquistata dai Siracusani e nel 254 a.C. dai Romani, che le diedero in latino il nome di Cephaloedium. La città ellenistico-romana ebbe una struttura urbanistica regolare, formata da strade secondarie confluenti sul principale asse viario e chiusa ad anello da una strada che segue il perimetro della cinta muraria. Nel periodo del dominio bizantino l'abitato si trasferì dalla pianura sulla rocca e restano tracce di lavori di fortificazione di quest'epoca (mura merlate), oltre a chiese, caserme, cisterne per l'acqua e forni). La vecchia città non venne tuttavia del tutto abbandonata, come prova il recente rinvenimento di un edificio di culto cristiano, con pavimento in mosaico policromo risalente al VI secolo. Nell'858, dopo un lungo assedio, venne conquistata dagli Arabi, che le diedero il nome di Gafludi, e fece parte dell'emirato di Palermo. Di questo periodo si hanno tuttavia notizie scarse e frammentarie e mancano anche testimonianze monumentali. Nel 1063 fu liberata dai Normanni di Ruggero I e, nel 1131, fu rioccupato l'antico abitato sulla costa, rispettando la struttura urbana preesistente: a questo periodo risalgono parecchi dei monumenti cittadini, quali: * la chiesa di San Giorgio e il lavatoio di via Vittorio Emanuele * Il chiostro del duomo e il "Palazzo Maria" (forse domus regia di Ruggero II) in piazza del Duomo * l'Osterio Magno sul corso Ruggiero. Precisamente al 1131 è datata in particolare la basilica cattedrale. Tra la metà del XIII secolo e il 1451 passò sotto il dominio di diversi feudatari e da ultimo divenne possedimento del vescovo di Cefalù. La storia successiva di Cefalù si può assimilare a quella della Sicilia e del resto dell'Italia. Nel 1752 vi si iniziano a stabilire i consolati stranieri (Francia, Danimarca, Olanda, Norvegia e Svezia) e la città diventa meta del Grand Tour. Durante il Risorgimento vi venne fucilato il 14 marzo 1857 il patriota Salvatore Spinuzza. Dopo lo sbarco di Garibaldi la città proclamò la sua adesione al Regno d'Italia nel gennaio del 1861. Oggi è una località marina e una meta turistica per le sue spiagge e le opere d'arte che conserva. giovedì 28 febbraio 2008
Colpo grosso a Bagheria(Pa), vinti 2 milioni di euro
27/02/2008 Bagheria (Pa).La fortuna ha baciato Bagheria. Un biglietto gratta e vinci "Colpo Vincente" da 2 milioni di euro è stato venduto al Bar Garden di via Ignazio Lanza di Trabia. Ignota l´identità del neo milionario, che finora non si è fatto vivo. A comunicare la maxi vincita sono stati gli stessi Monopoli di Stato che gestiscono giochi e lotterie. Stupore e tiepido entusiasmo nel luogo che ha inconsapevolmente cambiato la vita di qualcuno. Quella realizzata a Bagheria è la vincita più grande mai realizzata nelle lotterie istantanee italiane, a pari merito con il ´colpo´ realizzato lo scorso 11 febbraio a Sannicandro di Bari. Sino all´introduzione di questo nuovo biglietto, la vincita massima consentita con un gratta e vinci era pari a 1 milione di euro, grazie al "MegaMiliardario" che in un anno di vita ha premiato ben 114 giocatori con altrettanti premi da 1 milione di euro. domenica 24 febbraio 2008
MUSICA: PALERMO, COMPIE VENT'ANNI L'ASSOCIAZIONE 'ANTONIO IL VERSO'

Di particolare rilievo sara', inoltre, la realizzazione della messa in scena dell'opera di Jean-Jacques Rousseau 'Le devin du village', che sara' prodotto in occasione della ricorrenza dei cinquanta anni dalla fondazione dell'Istituto di Storia della musica dell'Universita' di Palermo.Il Medioevo dei Carmina Burana e' la proposta con cui l'ensemble laReverdie inaugurera' la stagione il prossimo 10 marzo; la viola da gamba di Guido Balestracci sara' protagonista il 16 aprile con 'Jeu d'Armonie'.
La stagione proseguira' con il violoncellista francese Cristoph Coin insieme all'ensemble Il Ricercar Continuo, il contraltista Nicola Marchesini e il sopranista Paolo Lopez e, dopo la pausa estiva, la musica inglese per virginale con Basilio Timpanaro; il violoncellista Luigi Piovano e il clavicembalista Giovanni Togni e, in chiusura, il 15 dicembre si esibira' l'ensemble dell'associazione.
CALCIO: PROCURATORE AMAURI, GIOCATORE LASCERA' IL PALERMO

lunedì 18 febbraio 2008
GASTRONOMIA: CHEF A PALERMO IN GARA PER GLI INTERNAZIONALI

CALCIO: ZAMPARINI, SOLO QUI CAMPIONATO 'SPEZZATINO' E' PROBLEMA

sabato 16 febbraio 2008
A Palermo 63 opere di Max Ernst.E' la terza mostra del magnate in Sicilia
(ANSA) - PALERMO,14 FEBB - 'Max Ernst nella collezione Wurth'' e' il titolo della terza mostra organizzata a Palazzo dei Normanni a Palermo.La mostra e' stata organizzata da l'Ars e la Fondazione Federico II, dopo le esposizioni dedicate all'Espressionismo e all'Impressionismo (2005) e la mostra 'Da Spitzweg a Baselitz' (2006). La mostra, che sara' inaugurata domani alla presenza di Reinhold Wurth, e' dedicata alle opere di Max Ernst, pittore, scultore e poeta surrealista tedesco di fine 800.giovedì 14 febbraio 2008
Chiesa di S. Giovanni degli Eremiti (Chiese di Palermo)
Nei pressi del Palazzo dei Normanni, che è diventato oggi la sede del Parlamento Siciliano, è collocata la chiesa di San Giovanni degli Eremiti che con le sue caratteristiche cupole rosse è diventata uno dei simboli della città. Giulio Carlo Argan scrive: “I Normanni che instaurarono la loro dinastia in Sicilia nel 1072, distruggono i monumenti, non la tradizione dell’architettura bizantina e araba. San Giovanni degli Eremiti a Palermo (1132) è araba nel nitido rapporto tra i corpi cubici e le cupole emisferiche”. Certamente più che a quella di una chiesa cristiana questa chiesa rimanda alla concezione spaziale delle moschee islamiche e tale richiamo all’Oriente viene ancor più enfatizzato dalle cupole di colore rosso acceso. La chiesa, le cui origini risalgono al VI secolo, subì la trasformazione in moschea prima di essere ricondotta all’antico culto da Ruggero II che, intorno al 1136, affidò la costruzione ai discepoli di San Guglielmo da Vercelli. Pesantemente manomessa nel corso dei secoli è stata ripristinata intorno al 1880, dall’architetto Giuseppe Patricolo. La chiesa, a tutti nota per le sue caratteristiche cupole di colore rosso, appoggiata con un fianco ad un corpo quadrato anteriore (forse una moschea) e realizzata a croce divisa in campate quadrate su ciascuna delle quali poggia una semisfera. Il presbiterio, terminante in nicchia, è sormontato da una cupola, come quella dei due corpi quadrangolari che la fiancheggiano e di cui quello di sinistra si eleva a campanile. Il chiostro, abbellito da un lussureggiante giardino, è la parte meglio conservata del convento antico; spiccano per bellezza e leggerezza le colonnine binate con capitelli a foglie d’acanto che reggono archi ogivali a doppia ghiera. Vi si trova inoltre una cisterna araba. F. Elliot – in Diary of an Idle Woman in Sicily (1881) – descrive San Giovanni degli Eremiti come “una chiesa normanna vicino al palazzo reale e alla Porta di Castro… riparata in un incavo, è del tutto orientale, e con le sue cinque cupole starebbe benissimo a Baghdad o a Damasco. Accanto, il campanile gotico a quattro ordini di logge è sormontato da un’altra cupola, singolare adattamento di costruzione araba ad un costume cristiano. La pianta della chiesa è a croce latina con tre absidi, la navata è divisa in tre campate ognuna delle quali è sormontata da una cupola con pennacchi, necessari perché la torre su cui poggiano è quadrata, le pareti sono in pietra intagliata come spesso se ne vedono nei monumenti arabi senza decorazione alcuna e l’insieme è illuminato da finestre ad arco acuto”. Oggi l’edificio presenta, invece, una nuda cortina muraria fatta con conci di tufo squadrati; l’interno ha tre absidi semicircolari ed è suddiviso in cinque campate quadrate coperte da cupolette che si raccordano alle pareti tramite nicchie.La Zisa(Monumenti arabo-normanni di Palermo)
Novecento anni fa, quando Palermo era la capitale più raffinata del Mediterraneo, i re normanni costruirono su mandato papale le grandi cattedrali cristiane. Ma per i propri piaceri copiarono l’arte dei mussulmani sconfitti. Sorse così el Aziz, la Splendida, che oggi torna con le sue vie d'acqua e d’ombra, i profumi delle erbe, i fantasmi dei suoi harem.Gli emiri che venivano dall'altra parte del mare lo chiamavano gennat alard, il Paradiso della Terra. E lo trovarono anche a Palermo. Ma gli abitanti di quella città, magnifica come lo era solo Bagdad per i suoi giardini e Cordova per le sue moschee, dieci secoli dopo seppellirono quel paradiso sotto i loro rifiuti. Dove c'erano fontane e palme da datteri e melograni ci portarono sozzure, veleni, carcasse di animali e di automobili. Dove crescevano le piante degli odori ci costruirono case deformi e giganteschi palazzi, rovesciarono cemento sugli agri più fertili della Conca d'Oro, nascosero castelli, coprirono tesori. I parchi di Palermo diventarono i suoi orrori urbani. E anche la Zisa, in arabo la Splendida, fu sotterrata con la sua memoria. Dimenticata, lasciata nelle mani dei nuovi califfi mafiosi, abbandonata nel suo sfacelo.
Ci sono voluti gli ultimi vent'anni e tanta fatica per seguire una traccia che forse, prima o poi, ci farà ritrovare la strada che conduce ancora al Paradiso della Terra. Vi hanno piantato aranci amari e cedri, bacche, arbusti, la lavanda, i carrubi, il gelsomino e la menta, le rose e i pistacchi. Vi hanno scavato tra le sterpaglie e i cumuli di fango una vasca lunga centotrentacinque metri e larga quattro, una «via dell'acqua» con luci e spruzzi. Vi hanno disegnato aiuole, poggiato marmi e restaurato pozzi, mosaici, colonne. In una delle borgate più devastate e putrefatte stanno facendo rinascere un frammento di quell'eden che dopo gli arabi fu dimora dei normanni, grande riserva reale di caccia che si estendeva da Altofonte fino quasi al mare, territorio che elevò Palermo a capitale. Una delle più grandiose del Mediterraneo.
Erano centomila e qualcuno dice anche duecentocinquantamila quelli che vivevano sotto il Montepellegrino quando gli arabi persero il dominio dell’isola e, dopo due secoli e mezzo, arrivò un manipolo di audaci. Erano condottieri «fedeli di Dio e cavalieri di Cristo» con a capo i fratelli Roberto e Ruggero d'Altavilla, dovevano sottomettere i greci, cacciare i saraceni e riportare la Sicilia «in grembo alla cristianità».
L'avventura però fu anche un'altra. E i signori normanni dal 1071 e per più di cento anni vissero a Palermo come «i più orientali» dei sovrani. Fu allora che il gennat alard divenne il Genoardo. Fu allora che il mecenatismo illuminato dei cavalieri di lontane origini scandinave assecondò la fusione di culture, di popoli, di tendenze. Una Palermo multietnica dove cupole islamiche svettavano sulle basiliche latine, dove artigiani magrebini e bizantini decoravano chiese cristiane, dove per le vie si incontravano mercanti e geografi e matematici di ogni razza e ogni provenienza. Longobardi, ebrei, slavi, berberi, persiani, tartari. E, come annotava uno dei tanti poeti a quel tempo partiti dall'altra sponda del Mediterraneo, «le donne di questa città all'aspetto sembrano musulmane, parlano arabo correttamente, si ammantano e si velano come quelle».
Fu proprio in quegli anni che dalle maestranze di Sousse e di Kairouan i normanni si fecero progettare e realizzare quelle che il viaggiatore arabo andaluso Ibn Giubair descriveva come «le perle di un monile», la piccola Cuba, la Cuba Sopraha, il palazzo dell'Uscibene. E soprattutto el Aziz, la Zisa. Palazzi che uno dopo l'altro ricadevano nel Paradiso della Terra, luogo di delizie, culla di ozi e sollazzi di corte. Su mandato papale i normanni edificarono le grandi cattedrali cristiane — a Palermo, a Monreale, a Cefalù — ma nel privato scelsero di trascorrere la loro esistenza come i vinti, quei sultani che passavano le giornate a sentire il cinguettio degli uccelli e i profumi delle erbe nei giardini ispirati al disegno islamico, che godevano di quelle grandi sale per il riposo e per le feste, per gli incontri con le concubine.
«La Zisa era il palazzo dei piaceri, costruita da un re cristiano ma araba nella sua concezione: è stato un riconoscimento dei trionfatori agli sconfitti», spiega Salvo Lo Nardo, uno degli architetti — gli altri sono Pippo Caronia e Luigi Trupia — che hanno fatto rivivere a Palermo questo ritaglio di Genoardo. L'idea la ebbero nel 1986 e trovarono in quella inquieta stagione politica siciliana un'entusiastica sponsorizzazione trasversale, il sindaco democristiano ribelle Leoluca Orlando e l'assessore socialista Turi Lombardo. Progetto approvato nel 1990 e finanziato dal Comune nel 1996, nel 1997 iniziarono i lavori ma poi la ditta fallì e il cantiere rimase chiuso per anni. Ha riaperto l'anno scorso. Nell'estate del 2005 i giardini della Zisa sono stati finalmente offerti alla città che li aveva occultati.
Tre ettari di verde, sessanta varietà di piante sapientemente sparse in otto campi, poco più di cinque milioni di euro il costo dell'opera. «Noi palermitani siamo lenti nel fare le cose ma poi, alla fine, riusciamo a sentirle profondamente nostre», dice la Sovrintendente ai beni culturali di Palermo Adele Mormino quando ci mostra in un bellissimo tramonto il «luogo delle delizie».
Eccoli i giardini della Zisa con i suoi tre percorsi, la «via dell'acqua», la «via del verde» e la «via dell'ombra», un reticolato metallico che sarà coperto da bouganville e da glicine e da gelsomini. In mezzo la lunga vasca con le ceramiche lavorate dai mastri di Santo Stefano di Camastra, gli zampilli, il marmo bianco delle cave di Alcamo e di Castellammare, un proseguimento ideale del tracciato d'acqua della sala della fontana, quella che si apre oltre le porte del palazzo della Zisa. E fuori dalle sue mura c'è ancora la «senia», una piattaforma di pietra circolare con al centro un pozzo e una macchina dentata. Una volta un asinello legato e bendato vi girava all'infinito intorno, con il suo andare le pale tiravano su dal pozzo l'acqua che finiva poi in una cisterna e scivolava nei canali che irrigavano il giardino. Ci vorrà del tempo e tanta pazienza per vederlo rigoglioso come mille anni fa questo parco circondato ancora dalle mostruosità della Palermo più «ruggente», sfregi lasciati nel quartiere della Zisa dai Moncada, dai Corvaia, dai Carini, palazzoni tutti uguali, edilizia di rapina, licenze regalate “dall'Anonima Impresa Ciancimino" agli amici, ai prestanome, a pensionati nullatenenti. Una Palermo infetta che guarda ancora oggi quella che era la Palermo più regale e superba. È in fondo, imponente e maestoso, che si staglia il palazzo che i palermitani chiamano castello ma castello non è mai stato. Un parallelepipedo di tufo, alto più di 25 metri e largo più di 35 con un'iscrizione in versi sull'arcata di accesso alla sala della fontana: «Quantunque volte vorrai, tu vedrai il più bel possesso del più splendido tra i reami del mondo: dei mari e la montagna che li domina le cui cime sono tinte di narciso e vedrai il gran re del secolo in bel soggiorno ché a lui conviensi la magnificenza e la letizia. Questo è il paradiso terrestre che si apre agli sguardi. Questi è il Musta’izz e questo palazzo l'Aziz».
Il Musta’izz, «bramoso di gloria», era re Guglielmo II. L'Aziz fu iniziato nel 1165 da Guglielmo I il Malo. E ultimato nel 1167 da Guglielmo II il Buono, che al trono salì appena adolescente, quando aveva solo tredici anni. Così lo storico Michele Amari ricorda la nascita della Zisa nella sua ricostruzione dell'epoca musulmana in Sicilia: «Guglielmo, rivaleggiando col padre ne' passatempi soli, ei si messe a fabbricare tal palagio che fosse più splendido e sontuoso di que’ lasciatigli da Ruggiero. Fu murato in brevissimo tempo, con grande spesa, il nuovo palagio e postogli il nome di El Aziz che in bocche italiane diventò la Zisa e così diciamo fin oggi». Un gioiello di architettura araba e di monumentalità normanna. La perfetta sintesi della mescolanza tra dominatori e dominati, la Zisa come simbolo di una Sicilia felicissima. Scrive Giuseppe Bellafiore, professore ordinario di storia dell' arte e autore di un testo sulla Zisa dato alle stampe una decina di anni fa dall'editore palermitano Flaccovio: «A volere meglio specificare le caratteristiche funzionali del palazzo, c'è da dire innanzitutto che esso era una dimora destinata prevalentemente al soggiorno estivo. Non si trattava tuttavia di un precario soggiorno diurno … Era questo rivolto ed aperto a nord-ovest verso il mare, cioè verso la zona panoramica più attraente e più fresca della pianura palermitana». Aggiunge ancora Bellafiore: «Da quella parte, giungevano le brezze più temperate e specialmente quelle notturne, che potevano essere accolte entro lo stesso palazzo attraverso l'ampio varco dei tre fornici di facciata e della grande finestra belvedere del piano alto». Spazi, finestre, atri, un mirabile sistema di ventilazione per assorbire ed espellere l'aria calda. Per affrontare le giornate di scirocco. Per trovare riparo alle lunghe estati palermitane. E concedersi sollievi più intimi. «Era proprio lì dentro che i nuovi conquistatori si dedicavano alle gioie dell'anima e soprattutto a quelle del corpo», racconta Matteo Scognamiglio, direttore del servizio beni architettonici della Sovrintendenza, che spiega come da alcuni mesi stanno completando il recupero della sala della fontana. Era al primo piano l'harem della Zisa, nelle sale che si inseguono nelle due ali del palazzo. Aspettavano là le donne dei sovrani, distese sui loro soffici diwan e nella penombra delle nicchie. Un'atmosfera fiabesca, da Mille e una notte. Alla Zisa ma anche alla Cuba e in tutti gli altri «sollazzi» dei giardini delizia musulmani, quelli che si richiamavano al paradiso coranico. Era il Genoardo voluto dai normanni. E non fu certamente un caso che proprio lì, alla Cuba, tra le acque e gli alberi che circondavano un altro parallelepipedo — di dimensioni appena più piccole della Zisa — Boccaccio ambientò una delle novelle del suo Decameron. La sesta della quinta giornata. È la vicenda d'amore tra Gian di Procida e Restituta, una ragazzina bellissima di Ischia rapita da «giovani ciciliani» per offrirla in dono a Federico II d'Aragona. Il re comandò «che ella fosse messa in certe case bellissime di un suo giardino, il quale chiamavan Cuba, e quivi servita, e così fu fatto». Lieto il finale della storia. I due amanti si ritrovarono dopo il rapimento ma una notte vennero scoperti mentre dormivano abbracciati, il re li fece trascinare nudi sul rogo. In loro favore intercedette però Ruggieri de Loria, che ricordò al sovrano cosa fecero i Procidani nella guerra del Vespro. E fu così che «Gian di Procida campa e divien marito di lei». Quando Giovanni Boccaccio scrisse il Decameron, era già cominciato il declino del parco reale e anche di quella Palermo che per il geografo arabo Al-Idrisi era allora «la più grande e la più bella metropoli del mondo». Un decadimento che subì anno dopo anno pure la Zisa. Nel Trecento fu realizzata una merlatura che soffocò una scritta in arabo alla sommità dell'edificio, poi il «sollazzo» fu trasformato in una fortificazione. Narra Nicolo Speciale, cronista del quindicesimo secolo, di quel che accadeva anche nel passato più lontano nella Conca d'Oro: «Tutto ciò che c'era di verde veniva distrutto e nessuno aveva pietà». Gli aragonesi e i vicerè spagnoli assegnarono la Zisa di volta in volta a nobili famiglie. Nel Cinquecento diventò un baglio, nel Seicento l'acquistò per poche once Don Giovanni di Sandoval, nel 1808 la Zisa passò ai Notarbartolo principi di Sciara. La tennero loro fino al 1951, quando fu espropriata dalla Regione. Cominciarono allora i primi lavori di restauro. Ma alla vecchia maniera siciliana. Interventi saltuari e approssimativi. Tra il 1956 e il 1957 furono perfino buttati giù alcuni muri, i solai e anche i pavimenti che avevano abilmente sistemato quelle maestranze arabe venute da Sousse e da Kairouan per desiderio dei nuovi signori. Nell'ottobre del 1971 il più bel palazzo del Paradiso della Terra cedette per l'incuria: il primo piano precipitò. E cominciarono anche i saccheggi della Zisa la Splendida, luogo per le scorrerie di vandali e rifugio di tossici. Il vero restauro statico e architettonico ebbe inizio l'anno dopo il crollo, nel 1972. Ma dentro e intorno a quel poco che restava del mitico Genoardo ormai era arrivato il palermitano più predatore e impunito. Aprirono una fossa per una discarica abusiva. E poi comparve un'officina. E poi ancora uno sfasciacarrozze. Ci trasferirono lì, proprio lì nel Paradiso della Terra, anche un deposito dell'Amnu, l'azienda municipalizzata dei rifiuti. E davanti e dietro al palazzo dei piaceri intanto il nuovo potere aveva lasciato già le sue impronte, i cantieri e il calcestruzzo degli ultimi re di Palermo, i boss.
Tratto da: La Zisa e il Paradiso Perduto di Attilio BOLZONIAttilio BOLZONI, La Domenica di Repubblica, 14 agosto 2005.
Le trasformazioni nei secoli
La Zisa delle origini subì nei secoli numerose trasformazioni. Nel Trecento, tra le altre modifiche apportate, fu realizzata una merlatura, distruggendo parte dell'iscrizione in lingua araba (a caratteri cufici) che faceva da coronamento all'edificio. Radicali furono le trasformazioni seicentesche intervenute quando il palazzo, in pessime condizioni, venne rilevato da Don Giovanni di Sandoval, a cui risale lo stemma marmoreo con i due leoni, oggi posto sopra il fornice di ingresso. Per le mutate esigenze residenziali dei nuovi propri etari furono modificati alcuni ambienti interni, soprattutto all'ultima elevazione, furono realizzati nuovi vani sul tetto a terrazza, fu costruito un grande scalone e vennero modificate le finestre sui prospetti esterni. Nel 1808, con la morte dell'ultimo Sandoval, la Zisa passò ai Notarbartolo, principi di Sciara, che la utilizzarono per usi residenziali fino agli anni '50, quando la Regione Siciliana la espropriò. Il restauro della fine degli anni '70 ed '80 ha restituito la Zisa alla pubblica fruizione. Nella parte dell'ala Nord crollata nel 1971 si è proceduto alla ricostruzione delle volumetrie originarie, adoperando, per una piena riconoscibilità dell'intervento, cemento e mattoni in cotto, materiali differenti dalla originaria pietra arenaria.
L'esposizione
Nelle sale sono esposti alcuni significativi manufatti di matrice artistica islamica provenienti da paesi del bacino del Mediterraneo. Tra questi sono di particolare rilevanza le eleganti musciarabia (dall'arabo masrabiyya), paraventi lignei a grata (composti da centinaia di rocchetti incastrati fra di loro a formare, come merletti, disegni e motivi ornamentali raffinati e leggeri) e gli utensili di uso comune o talvolta di arredo (candelieri, ciotole, bacini, mortai) realizzati prevalentemente in ottone con decorazioni incise e spesso impreziosite da agemine (fili e lamine sottili) in oro e argento.
RUGBY: SEI NAZIONI, MALLETT CONVOCA BUSO E NITOGLIA PER IL GALLES
Roma, 14 feb. - (Adnkronos) - L'ala del Montepaschi Viadana Kaine Robertson e l'estremo del Montpellier David Bortolussi non saranno a disposizione della Squadra Nazionale per il test-match di sabato 23 febbraio al Millennium Stadium di Cardiff contro il Galles, terza giornata dell'RBS 6 Nazioni 2008. Gli esami strumentali a cui gli atleti sono stati sottoposti hanno evidenziato per Kaine Robertson una lesione muscolare di primo grado al terzo distale del bicipite femorale destro, giudicata guaribile in un periodo compreso tra le due e le tre settimane, mentre per David Bortolussi la diagnosi provvisoria e' di sospetta infrazione della spina della scapola destra. Per conoscere i tempi di recupero dell'estremo azzurro e del Montpellier sara' necessario attendere ulteriori accertamenti. Nick Mallett, Commissario Tecnico della Nazionale Italiana Rugby, ha convocato in loro sostituzione l'esordiente estremo e mediano d'apertura Paolo Buso e l'ala Ludovico Nitoglia (17 caps), entrambi in forza al Cammi Calvisano in campo sabato a Ragusa con l'Italia ''A'' nella partita persa 15-38 contro gli England Saxons.CICLISMO: DEDICATA A CAMILLERI E MONTANTE LA SECONDA TAPPA GIRO D'ITALIA
mercoledì 13 febbraio 2008
MOSTRE: TRAPANI, OLTRE 27MILA VISITATORI PER CARAVAGGIO
Trapani, 12 feb. (Adnkronos/Adnkronos Cultura) - Affluenza record per la mostra ''Caravaggio. L'Immagine del Divino'' in corso al Museo Pepoli di Trapani, visitata da oltre 27.000 persone. L'esposizione, che celebra i 400 anni dal passaggio del pittore in Sicilia, nella sola giornata del 10 febbraio ha registrato 1.800 visitatori, segnando cosi' il record di affluenza giornaliero del Museo Pepoli che ha raddoppiato, soltanto nei primi giorni della mostra, il numero di visitatori registrati nell'intero 2007. Un pubblico con tanti giovani e con tanti vip: ad ammirare le opere di Caravaggio anche il Presidente del Senato Franco Marini, i senatori Anna Finocchiaro, Calogero Mannino e Renato Schifani, l'ex presidente della regione Siciliana Salvatore Cuffaro, l'assessore regionale alla Sanita' Roberto Lagalla, il presidente della Corte d'Assise d'Appello di Palermo Giuseppe Nobile, il premio Oscar Vittorio Storaro, il presidente del Rotary Club di Trapani Carlo Gianformaggio, il regista Angelo Longoni, Jose' Rallo di Donnafugata, il marchese Giuseppe Ricci, Maria Grazia Cucinotta, Ricky Tognazzi. ''Caravaggio. L'Immagine del Divino'' e' la mostra di arte antica piu' visitata in Italia, con la media giornaliera piu' elevata di visitatori paganti del Centro-Sud. Dodici i dipinti esposti, tra cui due inediti di Caravaggio: e' infatti presente anche la recentissima scoperta ''The Cardsharps'' che, alla fine della mostra, tornera' a Londra, ma depositata in lascito al Museo Istituzionale Ashmolean Museum di Oxford. L'esposizione rimarra' aperta al pubblico fino al 14 marzo. lunedì 11 febbraio 2008
Palermo,la Kalsa.L'antico Halisah

3 Al-Muqaddasi era un geografo di Gerusalemme morto nel 988 autore del Kitb ahsan et-taqasim fi ma'rifat al-aqalim, in BAS, II, pp. 670-71.
4 T. Fazello, De rebus Siculis decades duae, Panormi 1558, I, 8, p. 184.
5 Documento della cattedrale di Palermo citato da V. Di Giovanni, op. cit., II, p. 63.
6 A. De Simone, op. cit., p. 145.
7 G. M. Coluba, Per la topografia cit., p. 398.
Il Castello di Maredolce di Palermo.
| (Fonte: http://www.palermoweb.com/cittadelsole/monumenti/immagini/castel9.jpg) |
Servizi Parcheggio - Wc -
Castello di Maredolce Vicolo Castellaccio Palermo (PA)
Come raggiungerci Treno: Palermo
Autostrada: da CT: A18-A19 uscita PA
Aeroporto: Falcone e Borsellino
Il Castello di Maredolce è architettonicamente molto importante poiché è l'unico complesso normanno esistente al mondo in cui si possono ammirare il disegno complessivo e il rapporto architettura-paesaggio. Il Castello della Favara rientra nel quadro dell'arte siciliana, si presenta con elementi propri in quanto, pur conservando elementi dell'arte bizantina e araba, acquista anche le caratteristiche costruttive preesistenti in Sicilia.
Il palazzo è a pianta rettangolare con una rientranza nell'angolo est; ed inoltre la fonte non presenta tutta la stessa altezza. Esso era bagnato su tre lati dalle acque del lago e ciò è testimoniato dalla mancanza di intonaco idraulico rosso sul lato che oggi dà sulla stradella, intonaco che invece si trova sui rimanenti lati. La costruzione poggia su dei grossi conci di tufo.
Sulla fronte Nord-Ovest si aprivano quattro ingressi il primo dei quali, oggi tampognato, portava probabilmente alle scuderie e a zone riservate alla servitù. Il secondo ingresso, che è il più grande, immette in un cortiletto oblungo che si allarga in un ampio cortile su cui si apriva un portico di forma quadrata (è questa la parte del castello più "sconvolta" dalla numerose costruzioni abusive che hanno nascosto o distrutto molte tracce).
Il terzo ingresso portava alla cappella dedicata a San Filippo. Il quarto ingresso della facciata Nord-Ovest conduce nell'ambiente annesso alla cappella: l'aula regia, che è stata divisa in due da un soppalco, la parte delle nervature. Gli altri ambienti, spesso ricoperte da costruzioni abusive, stanno venendo alla luce con il restauro attuale e gli studi su di esso sono ancora in corso. Nel lato Nord-Ovest si trovano sovrastante nasconde la nicchia con la volta plissettata alla "persiana", ornata condelle finestre con ghiera acuta. L'ambiente scelto per la cappella prima era probabilmente la moschea dell'Emiro; infatti durante gli scavi eseguiti nel 1951, nelle vicinanze sono stati ritrovati frammenti di stoviglie in argilla tipicamente arabi. Il piccolo luogo di culto è a pianta rettangolare ad unica navata coperta da due volte a crociera, divise dal presbiterio da un arco a sesto acuto. Al centro del presbiterio si innalza il tamburo che inizia a forma quadrata, diventa un ottagono e termina a forma cilindrica coperto da una piccola cupola che all'esterno si presenta coronata da una piccola serie di mensole poste nella parte alta a simboleggiare l'appartenenza ad un palazzo reale. In fondo al presbitero si trova l'abside illuminato da una finestra e affiancato da due nicchie di forma rettangolare probabilmente utilizzata per conservare le suppellettili sacre. Sulla parete di sinistra si aprono quattro finestre che danno luce alla navata. Sulla parete di fronte all'abside si nota una apertura, oggi tampognata, che immetteva in un ambiente delle stesse dimensioni della cappella. Il pavimento, sullo stesso livello del piano esterno, era ricoperto da un semplice battuto di malta e coccio pesto. Nel lato Nord-Est si trovano delle finestre con ghiera acuta.
Lato SUD-OVEST
Nella parte Sud-Ovest si trovano due finestre bifore probabilmente divise da una colonna.
Sul lato Sud-Est un ponte levatoio collegava il castello all'isolotto ed era possibile l'attracco per le piccole imbarcazioni sul lago. Sempre su questo lato si trovano delle feritoie strombate riconducibili al periodo in cui il castello, di proprietà dei cavalieri Teutonici assume una funzione difensiva.
Il restauro
Il restauro del complesso, avviato nel 1990, ha interessato in un primo momento solo la cappella e per alcuni anni ha avuto rallentamenti e perfino periodi in cui è stato del tutto fermo.
Nel 1992-93, durante il restauro, è stata effettuata l'indagine archeologica della cappella e di una larga trincea (2 m) presso la diga che chiude a Nord-Est la depressione del lago artificiale. Proprio qui si è evidenziato non solo lo strato limoso relativo all'uso lacustre del bacino, ma anche uno strato di insabbiamento di terreno giallastro alluvionale, fino agli strati di interramento artificiale per uso agricolo, nei quali è stato possibile perfino leggere le fosse praticate per l'impianto di colture arboree. E' venuto così alla luce il fondo del lago pavimentato a cocciopesto come il rivestimento delle strutture murarie, il fondo presenta una inclinazione di circa 20 gradi rispetto al piano normale della struttura, in modo da smorzare la forza delle acque provenienti dal monte Grifone a sud-ovest. Nello strato relativo all'insabbiamento con terreno giallastro alluvionale si sono recuperati alcuni esemplari di formae e canterelli che, insieme a pochi ma significativi materiali utili per stabilire una cronologia testimoniano la trasformazione di quello che era stato nei secoli XII e XIII un luogo di delizie in un'area a prevalente funzione agricola-industriale. Le formae e i canterelli erano contenitori di terracotta utilizzati per la lavorazione dello zucchero. L'esistenza di coltivazioni di canna da zucchero e di un piccolo stabilimento industriale (un trappeto) per la lavorazione della preziosa sostanza a Maredolce è confermata anche da numerose fonti archivistiche. Nel corso degli ultimi due anni è stato reso quasi del tutto esecutivo l'esproprio delle numerose costruzioni abusive che si addossano o circondano il castello e i lavori sono ripresi a pieno ritmo. La Sovrintendenza per la conservazione dei beni culturali e ambientali conta di ultimare i lavori di restauro in pochi anni. Il progetto ambizioso prevede, oltre al restauro, anche il ripristino del lago e la creazione di un parco in modo tale che il complesso possa avere degna collocazione dal punto di vista artistico monumentale e possa costituire un'occasione di riscatto culturale ed economico per il quartiere e per tutta la città.
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