"I ru viddrani" di Francesco Toscano - Capitolo Cinque.
I ru viddrani
di Francesco Toscano
Questo libro è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi,
luoghi e avvenimenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono usati in
maniera fittizia. Qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone reali,
viventi o defunte, sono del tutto casuali.
Cinque.
“Ù
pastranu”, dopo aver fatto una ricca colazione, con un uovo e pancetta,
succo di frutta d’ananas, caffè nero bollente, e aver fumato una delle prime
sigarette della giornata, prelevò con cura il quotidiano che si trovava
poggiato sulla credenza della stanza da pranzo, cominciandolo a sfogliare e a
leggerlo con attenzione. A Don Ciccio, in particolare, interessavano tutti i
fatti di cronaca che avessero avuto attinenza con le vicende “ra sò famigghia”.
Nell’articolo
di spalla della prima pagina, tale Nuccio De Giorgis, un cronista locale, così
scriveva: «Palermo, 10 marzo 2014. È
stata accoltellata ieri pomeriggio in pieno centro a Palermo, in via Dante, a
due passi dal Teatro Politeama, Ingrid Doroteea Romanescu, badante romena di
trentacinque anni. A ucciderla sarebbe stato, nel corso dell’ennesima lite, il
marito - anche lui cittadino romeno - con cinque coltellate all’addome. I due
non vivevano più sotto lo stesso tetto da un po’ di tempo, ma l’uomo, quarantuno
anni, non aveva mai accettato di essere stato lasciato e non era la prima volta
che pedinava e malmenava la moglie. Nonostante fossero già state avviate le
pratiche per la separazione, il marito continuava a perseguitare la 35enne
intimandole di lasciare il lavoro. Fino al triste epilogo di ieri. Secondo
quanto raccontato da alcuni testimoni oculari l’omicida, dopo aver estratto il
coltello da una tasca, ha colpito la donna e l’ha lasciata in una pozza di
sangue prima di scappare a piedi. Una telefonata anonima ha poi avvisato il
113. Quando è arrivata l’ambulanza, Ingrid Doroteea Romanescu era ancora viva,
ma è deceduta pochi minuti dopo il suo arrivo in ospedale. Il marito, ricercato
con l’accusa di omicidio volontario, è ancora irreperibile.»
«Fofò? Fofò? Fofoooò!» Gridò Don Ciccio
nell’intento di far accorrere con urgenza il suo fidato servitore all’interno
della stanza in cui si trovava.
«Chi succiessi? Chi succiessi Don Ciccio?»
Fofò arrivò di corsa. Dopo essersi sincerato che nulla di grave fosse accaduto
al suo amato “padrino”, che spesso
avrebbe voluto emulare, non avendone tuttavia il coraggio, gli chiese: «M’avi a cumannari?»
Don
Ciccio rispose:
«Da
buttana ri Ingrid, ti ricuordi chidda ca ngannò a Mimì Sinatra, no 2006,
arrubannugli tuttu l’ùoru e l’argìentu, muriu. Ricuordati, Fofò, ca chista è a
fini chi fannu i buttani e i trarituri. Nun tu scurdari!»
Fofò,
a quell’esternazione di Don Ciccio, chinò il capo in segno di rispetto e, dopo
essersi avvicinato al suo padrone, gli baciò il dorso della mano destra, in
segno di devozione.
Dopo
aver rassicurato Don Ciccio che mai e poi mai lo avrebbe potuto tradire,
piuttosto Dio lo avrebbe dovuto fare morire schiacciato da un Tir in corsa,
Fofò chiese licenza di potersi allontanare per riprendere le sue faccende
quotidiane, consistenti nel dar da mangiare ai cani da caccia che si
rincorrevano guaendo per i viali della villa, strigliare e dar da mangiare al
purosangue che si trovava nella stalla attigua alla cantina della villa e,
infine, ma non meno importante, prendersi cura dell’orto di villa Vassallo.
Don
Ciccio, dopo essersi sincerato che il suo devoto Fofò non lo avrebbe mai e poi
mai tradito, gli disse che poteva andare; prima, però, gli ordinò di portargli
le pillole della pressione che, oramai da circa cinque anni, era costretto a
ingurgitare.
Ingrid
Doroteea Romanescu, era nata a Born, in Romania, alla fine del 1979, da padre e
madre contadini, scriveva Nuccio De Giorgis nell’articolo della terza pagina
del quotidiano che Don Ciccio, con tanta bramosia, stava leggendo.
Seconda
di cinque fratelli, continuava nel suo articolo il De Giorgis, alla fine del
2001 era riuscita a entrare in Italia con un visto turistico, rimanendovi a
vivere da clandestina (la Romania, infatti, era entrata a far parte dell’U.E.
l’1 gennaio 2007), e occupandosi negli ultimi anni della sua breve vita di
assistere, in qualità di badante, alcuni anziani residenti nella provincia di
Agrigento.
Di
bella presenza, occhi neri, capelli corvini, fisico atletico, e un paio di gambe
che quando gli uomini le guardavano perdevano il fiato, Ingrid era ben presto
entrata nelle grazie di molti compaesani di Don Ciccio, riuscendo, il più delle
volte subdolamente, con raggiri raffinatissimi, degni di una mente criminale
brillante, a impossessarsi prima della loro morte di tutti i loro averi.
Così
facendo, andando di casa in casa, come è solito fare un predatore famelico,
dopo la morte dei vecchietti di cui si era presa cura, era riuscita a
intrufolarsi nella vita di Domenico Sinatra.
Questa
era stata la sua sventura che l’avrebbe, nel giro di pochi anni, portata alla
morte.
Ingrid
era riuscita, così facendo, a racimolare una buona somma di denaro, circa
cinquantamila euro, che ben presto le sarebbero serviti per rientrare in patria
e lì condurre una vita agiata, come una gran signora.
Signora,
con la “S” maiuscola, Ingrid non lo era mai stata.
Giunta
in Italia, infatti, non riuscendo da subito a trovare lavoro e dovendo mangiare
per sopravvivere, si era rivolta ad alcuni suoi connazionali che, approfittando
di lei e del suo stato di bisogno, sotto minaccia di rispedirla a raccogliere
il letame degli animali della fattoria rumena da cui proveniva, dopo averla
stuprata, l’avevano costretta a prostituirsi.
Ridotta
ben presto in schiavitù, così come altre donnine sue connazionali, la
poveretta, dopo qualche anno che era stata costretta a vendere il suo corpo per
denaro, era riuscita a estinguere il suo “debito da clandestina”, togliendosi
definitivamente dalla vita di strada e dal malaffare.
Dedicatasi
agli anziani in qualità di badante, un errore Ingrid lo aveva fatto durante la
sua permanenza in Sicilia: l’essersi scontrata, e schierata apertamente, contro
Don Ciccio “ù pastranu” e contro i suoi accoliti.
Alla
fine del mese di gennaio del 2006, infatti, Fofò Macchiarella, uomo di fiducia
di Don Ciccio, era riuscito a mettersi sulle sue tracce e su quelle del suo
amante, Paul Dominescu, nell’intento di venire in possesso di tutto l’oro e
l’argento che i due giovani amanti avevano asportato a don Mimì Sinatra.
Nei primi giorni del mese di febbraio
del 2006, nel quartiere San Siro di Milano, dopo che Fofò e Marco Guarraggiano,
inteso “ù bombetta”, per via di alcuni fetidi rumori che fuoruscivano dal suo
deretano, erano riusciti a rintracciare Ingrid e il suo uomo, avevano richiesto
loro di riconsegnare tutto l’oro e l’argento che avevano asportato al Mimì
durante la loro permanenza in Sicilia; Ingrid, nell’occorso, aveva avuto il
barbaro coraggio di rispondere a Fofò: «..digli
al tuo padrone di farsi fottere!»
Un tale affronto non poteva essere
tollerato da Don Ciccio.
Fofò e Marco dissero ai due giovani
amanti che avrebbero riferito dell’accaduto a Don Ciccio e che sarebbe stato
meglio per loro che fossero spariti dalla faccia della Terra. Riscesi d’urgenza
in Sicilia, a bordo di un aereo di linea Alitalia, il Fofò e Marco raccontarono
dell’accaduto a Don Ciccio; questi, appreso i fatti, aveva ordinato loro: «Pigghiati dâ buttana e tagghiatici a tiesta!»
Non passò molto tempo prima che quel
desiderio di Don Ciccio venisse esaudito.
La punizione di Ingrid, a dir di Don
Ciccio, non poteva che essere la pena capitale; non era possibile, infatti, che
una donna, e soprattutto una puttana, sfidasse un capo mafia dal pedigree di
Don Ciccio in tal guisa.
Ma commettere un omicidio non sarebbe
stato così facile; di ciò Don Ciccio e i suoi uomini erano pienamente convinti.
La Commissione Provinciale, formata dai
capi dei mandamenti mafiosi dell’agrigentino, non avrebbe autorizzato un
omicidio di una donna, benché fosse una puttana che si era permessa il lusso di
offendere l’onore “ru pastranu”.
«Don
Ciccio, vuatri u sapiti quantu vi stimu, ma n’omicidiu, ri na fimmina, puoi,
unn’è cuosa ri pocu cuntu…» Disse Fofò a Don Ciccio, che in un momento di
maggior lucidità mentale annuì a quella osservazione proferita dal suo fedele
servitore.
«N’aviti
a rari nu puocu ri tiempu, ca sta facenna a sistimamu nuautri, in maniera
pulita, pulita, senza fari troppu scrusciu!» Continuò Fofò, sempre più
amareggiato di doversi schierare apertamente contro il volere dell’anziano capo
mafia.
Don Ciccio rifletté qualche minuto e,
alle contestazioni mossegli dal Fofò, disse: «Fofò, pigghiati tuttu u tiempu ca ti sierbi, m’ammazza ru viermi ri
Ingrid.. a costu ri finiri ‘npriciuni. L’ammazzari!»
Fofò non replicò; se ne rimase in
silenzio. Baciò le mani di Don Ciccio e, così com’era entrato in quella stanza,
se ne andò, senza mai voltarsi.
“Ù
pastranu”, dopo aver fatto una ricca colazione, con un uovo e pancetta,
succo di frutta d’ananas, caffè nero bollente, e aver fumato una delle prime
sigarette della giornata, prelevò con cura il quotidiano che si trovava
poggiato sulla credenza della stanza da pranzo, cominciandolo a sfogliare e a
leggerlo con attenzione. A Don Ciccio, in particolare, interessavano tutti i
fatti di cronaca che avessero avuto attinenza con le vicende “ra sò famigghia”.
Nell’articolo
di spalla della prima pagina, tale Nuccio De Giorgis, un cronista locale, così
scriveva: «Palermo, 10 marzo 2014. È
stata accoltellata ieri pomeriggio in pieno centro a Palermo, in via Dante, a
due passi dal Teatro Politeama, Ingrid Doroteea Romanescu, badante romena di
trentacinque anni. A ucciderla sarebbe stato, nel corso dell’ennesima lite, il
marito - anche lui cittadino romeno - con cinque coltellate all’addome. I due
non vivevano più sotto lo stesso tetto da un po’ di tempo, ma l’uomo, quarantuno
anni, non aveva mai accettato di essere stato lasciato e non era la prima volta
che pedinava e malmenava la moglie. Nonostante fossero già state avviate le
pratiche per la separazione, il marito continuava a perseguitare la 35enne
intimandole di lasciare il lavoro. Fino al triste epilogo di ieri. Secondo
quanto raccontato da alcuni testimoni oculari l’omicida, dopo aver estratto il
coltello da una tasca, ha colpito la donna e l’ha lasciata in una pozza di
sangue prima di scappare a piedi. Una telefonata anonima ha poi avvisato il
113. Quando è arrivata l’ambulanza, Ingrid Doroteea Romanescu era ancora viva,
ma è deceduta pochi minuti dopo il suo arrivo in ospedale. Il marito, ricercato
con l’accusa di omicidio volontario, è ancora irreperibile.»
«Fofò? Fofò? Fofoooò!» Gridò Don Ciccio
nell’intento di far accorrere con urgenza il suo fidato servitore all’interno
della stanza in cui si trovava.
«Chi succiessi? Chi succiessi Don Ciccio?»
Fofò arrivò di corsa. Dopo essersi sincerato che nulla di grave fosse accaduto
al suo amato “padrino”, che spesso
avrebbe voluto emulare, non avendone tuttavia il coraggio, gli chiese: «M’avi a cumannari?»
Don
Ciccio rispose:
«Da
buttana ri Ingrid, ti ricuordi chidda ca ngannò a Mimì Sinatra, no 2006,
arrubannugli tuttu l’ùoru e l’argìentu, muriu. Ricuordati, Fofò, ca chista è a
fini chi fannu i buttani e i trarituri. Nun tu scurdari!»
Fofò,
a quell’esternazione di Don Ciccio, chinò il capo in segno di rispetto e, dopo
essersi avvicinato al suo padrone, gli baciò il dorso della mano destra, in
segno di devozione.
Dopo
aver rassicurato Don Ciccio che mai e poi mai lo avrebbe potuto tradire,
piuttosto Dio lo avrebbe dovuto fare morire schiacciato da un Tir in corsa,
Fofò chiese licenza di potersi allontanare per riprendere le sue faccende
quotidiane, consistenti nel dar da mangiare ai cani da caccia che si
rincorrevano guaendo per i viali della villa, strigliare e dar da mangiare al
purosangue che si trovava nella stalla attigua alla cantina della villa e,
infine, ma non meno importante, prendersi cura dell’orto di villa Vassallo.
Don
Ciccio, dopo essersi sincerato che il suo devoto Fofò non lo avrebbe mai e poi
mai tradito, gli disse che poteva andare; prima, però, gli ordinò di portargli
le pillole della pressione che, oramai da circa cinque anni, era costretto a
ingurgitare.
Ingrid
Doroteea Romanescu, era nata a Born, in Romania, alla fine del 1979, da padre e
madre contadini, scriveva Nuccio De Giorgis nell’articolo della terza pagina
del quotidiano che Don Ciccio, con tanta bramosia, stava leggendo.
Seconda
di cinque fratelli, continuava nel suo articolo il De Giorgis, alla fine del
2001 era riuscita a entrare in Italia con un visto turistico, rimanendovi a
vivere da clandestina (la Romania, infatti, era entrata a far parte dell’U.E.
l’1 gennaio 2007), e occupandosi negli ultimi anni della sua breve vita di
assistere, in qualità di badante, alcuni anziani residenti nella provincia di
Agrigento.
Di
bella presenza, occhi neri, capelli corvini, fisico atletico, e un paio di gambe
che quando gli uomini le guardavano perdevano il fiato, Ingrid era ben presto
entrata nelle grazie di molti compaesani di Don Ciccio, riuscendo, il più delle
volte subdolamente, con raggiri raffinatissimi, degni di una mente criminale
brillante, a impossessarsi prima della loro morte di tutti i loro averi.
Così
facendo, andando di casa in casa, come è solito fare un predatore famelico,
dopo la morte dei vecchietti di cui si era presa cura, era riuscita a
intrufolarsi nella vita di Domenico Sinatra.
Questa
era stata la sua sventura che l’avrebbe, nel giro di pochi anni, portata alla
morte.
Ingrid
era riuscita, così facendo, a racimolare una buona somma di denaro, circa
cinquantamila euro, che ben presto le sarebbero serviti per rientrare in patria
e lì condurre una vita agiata, come una gran signora.
Signora,
con la “S” maiuscola, Ingrid non lo era mai stata.
Giunta
in Italia, infatti, non riuscendo da subito a trovare lavoro e dovendo mangiare
per sopravvivere, si era rivolta ad alcuni suoi connazionali che, approfittando
di lei e del suo stato di bisogno, sotto minaccia di rispedirla a raccogliere
il letame degli animali della fattoria rumena da cui proveniva, dopo averla
stuprata, l’avevano costretta a prostituirsi.
Ridotta
ben presto in schiavitù, così come altre donnine sue connazionali, la
poveretta, dopo qualche anno che era stata costretta a vendere il suo corpo per
denaro, era riuscita a estinguere il suo “debito da clandestina”, togliendosi
definitivamente dalla vita di strada e dal malaffare.
Dedicatasi
agli anziani in qualità di badante, un errore Ingrid lo aveva fatto durante la
sua permanenza in Sicilia: l’essersi scontrata, e schierata apertamente, contro
Don Ciccio “ù pastranu” e contro i suoi accoliti.
Alla
fine del mese di gennaio del 2006, infatti, Fofò Macchiarella, uomo di fiducia
di Don Ciccio, era riuscito a mettersi sulle sue tracce e su quelle del suo
amante, Paul Dominescu, nell’intento di venire in possesso di tutto l’oro e
l’argento che i due giovani amanti avevano asportato a don Mimì Sinatra.
Nei primi giorni del mese di febbraio
del 2006, nel quartiere San Siro di Milano, dopo che Fofò e Marco Guarraggiano,
inteso “ù bombetta”, per via di alcuni fetidi rumori che fuoruscivano dal suo
deretano, erano riusciti a rintracciare Ingrid e il suo uomo, avevano richiesto
loro di riconsegnare tutto l’oro e l’argento che avevano asportato al Mimì
durante la loro permanenza in Sicilia; Ingrid, nell’occorso, aveva avuto il
barbaro coraggio di rispondere a Fofò: «..digli
al tuo padrone di farsi fottere!»
Un tale affronto non poteva essere
tollerato da Don Ciccio.
Fofò e Marco dissero ai due giovani
amanti che avrebbero riferito dell’accaduto a Don Ciccio e che sarebbe stato
meglio per loro che fossero spariti dalla faccia della Terra. Riscesi d’urgenza
in Sicilia, a bordo di un aereo di linea Alitalia, il Fofò e Marco raccontarono
dell’accaduto a Don Ciccio; questi, appreso i fatti, aveva ordinato loro: «Pigghiati dâ buttana e tagghiatici a tiesta!»
Non passò molto tempo prima che quel
desiderio di Don Ciccio venisse esaudito.
La punizione di Ingrid, a dir di Don
Ciccio, non poteva che essere la pena capitale; non era possibile, infatti, che
una donna, e soprattutto una puttana, sfidasse un capo mafia dal pedigree di
Don Ciccio in tal guisa.
Ma commettere un omicidio non sarebbe
stato così facile; di ciò Don Ciccio e i suoi uomini erano pienamente convinti.
La Commissione Provinciale, formata dai
capi dei mandamenti mafiosi dell’agrigentino, non avrebbe autorizzato un
omicidio di una donna, benché fosse una puttana che si era permessa il lusso di
offendere l’onore “ru pastranu”.
«Don
Ciccio, vuatri u sapiti quantu vi stimu, ma n’omicidiu, ri na fimmina, puoi,
unn’è cuosa ri pocu cuntu…» Disse Fofò a Don Ciccio, che in un momento di
maggior lucidità mentale annuì a quella osservazione proferita dal suo fedele
servitore.
«N’aviti
a rari nu puocu ri tiempu, ca sta facenna a sistimamu nuautri, in maniera
pulita, pulita, senza fari troppu scrusciu!» Continuò Fofò, sempre più
amareggiato di doversi schierare apertamente contro il volere dell’anziano capo
mafia.
Don Ciccio rifletté qualche minuto e,
alle contestazioni mossegli dal Fofò, disse: «Fofò, pigghiati tuttu u tiempu ca ti sierbi, m’ammazza ru viermi ri
Ingrid.. a costu ri finiri ‘npriciuni. L’ammazzari!»
Fofò non replicò; se ne rimase in
silenzio. Baciò le mani di Don Ciccio e, così com’era entrato in quella stanza,
se ne andò, senza mai voltarsi.
Francesco Toscano
Al prossimo post!
Commenti
Posta un commento