Assaggio d’Autore: In anteprima un estratto dal nuovo romanzo "La polvere e il sangue", in pubblicazione il 1 dicembre 2026.
Palermo, lì 19 settembre 2026.
Cari lettori e lettrici,
è con grande emozione che condivido oggi sul blog un "assaggio d’autore", una breve lettura in anteprima dal mio nuovo romanzo: "La polvere e il sangue".
In questa nuova indagine, il Luogotenente Roberto Ascali — noto a tutti semplicemente come Lorenzo — si trova di fronte a una svolta profonda. Distanziandosi temporaneamente dalle grandi inchieste contro i vertici di Cosa Nostra, Ascali viene chiamato ad affrontare una piaga sotterranea e devastante che consuma i giovani della metropoli palermitana: la trappola del crack, dell’eroina e dello spaccio di sostanze stupefacenti.
Il dramma umano esplode quando l'Ispettore di Pubblica Sicurezza Vincenzo Gambino, un collega leccese ormai prossimo alla pensione, si confida disperato con Ascali per la sorte della figlia diciassettenne Roberta, caduta nella rete della tossicodipendenza nel vano proposito di salvare un giovane di strada.
"La polvere e il sangue" si rivela così un’opera intensa e commovente sul senso del dovere, sul dolore incommensurabile dei padri di fronte alle tragedie dei figli e sulla determinazione di un investigatore pronto a tutto pur di non lasciare che la vergogna e l'oblio inghiottano la verità.
Vi invito a leggere questo estratto, facendomi sapere nei commenti le vostre prime impressioni!
🖋️ L'ASSAGGIO D'AUTORE
La
polvere e il sangue
Di
Francesco Toscano
Alcuni fumano, altri bevono, altri si drogano e
altri si innamorano... ognuno si uccide a modo suo. Anonimo.
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© 2026, Francesco Toscano.
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PREFAZIONE
L’afa
di agosto trasformava l’ufficio al secondo piano del Palazzo di Giustizia di
Palermo — un soffocante sottotetto in cui la centrale termica rotta impediva l’uso
del condizionatore — in un vero e proprio luogo di supplizio, con la
temperatura ambientale che sfiorava i trentasei gradi Celsius. L’unica nota di
sollievo era la radio accesa a basso volume su Radio DJ, un sottofondo musicale
che cercava di temperare la calura opprimente della stanza.
Seduto
alla sua scrivania in legno, il Luogotenente Roberto Ascali — noto a tutti semplicemente
come Lorenzo — osservava attraverso i vetri Piazza Vittorio Emanuele Orlando.
Aveva ormai raggiunto il grado apicale nella categoria dei Sottufficiali
dell’Arma dei Carabinieri ed era prossimo alla tanto agognata pensione. Un
Colonnello, dopo i brillanti successi investigativi ottenuti presso la storica
Caserma “Giacinto Carini” di piazza delle Stigmate, aveva stabilito che Lorenzo
fosse l’uomo giusto al posto giusto per coordinare le attività della Sezione di
Polizia Giudiziaria al Palazzo di Giustizia, affiancando i magistrati della
Procura nei reati di criminalità comune e spaccio di sostanze stupefacenti.
Eppure,
a Lorenzo mancava profondamente il lavoro di strada: la proiezione verso
l’esterno, l’odore acre dei vicoli di Palermo, il vociare sommesso dei mercati,
lo sbraitare degli automobilisti bloccati nel traffico caotico della metropoli
e l’ammiccamento colmo di rispetto del cittadino onesto quando un malvivente
veniva acciuffato e assicurato alla giustizia. Sua moglie Aurora, di ritorno nella
quiete dell’alloggio di servizio di viale Michelangelo confiscato alla mafia
dopo essersi felicemente ristabilita dalla leucemia acuta trattata all'ISMETT,
glielo ripeteva spesso con dolce fermezza: «Lorenzo,
perché non fai domanda di trasferimento se lì non stai bene? Ti stai spegnendo
lentamente, come una candela di cera il cui stoppino è arso dal fuoco».
Mentre
combatteva contro i valori altalenanti del suo diabete mellito di tipo due —
tenuti a bada a stento con la metformina e con una rigida dieta quotidiana
composta da carne, pesce, verdure e un piccolo panino integrale — Ascali
lasciava vagare i propri pensieri sul lungo filo rosso delle sue indagini.
Ricordava i primi passi da giovane Vice Brigadiere in una Stazione rurale dell’agrigentino;
poi il comando della Tenenza di Punta
Calura, baluardo di legalità in un territorio brullo, dove
aveva diretto il pool contro gli abusi sui minori nel caso riguardante le
sorelline Marianna e Francesca Rossi, scoperchiando il dramma ereditario
iniziato nel 1951 all’Albergheria con Padre Vincenzo e il nonno Giuseppe Rossi.
Ricordava l’assassinio della badante rumena Ingrid Romanescu; il trasferimento
a Palermo per curare Aurora, e la complessa rete dell’operazione “Loan Shark”, nata dalle
denunce dell’imprenditore Eduardo Colajanni. Un’indagine intrecciata alle
rivelazioni sulla “Malacarne” e sul “DNA criminale” di Turiddu Magrì; il
delitto rituale di Rosario Cotugno avvelenato con arsenico e stricnina, il
foglio d’avvertimento che odorava di pecorino, l’azzeramento dei mandamenti di
Porta Nuova e Brancaccio condotto insieme a Massimo D’Amico sotto la direzione
della dottoressa Maria Pia Macaluso, e l’Encomio Solenne infine riposto nel
cassetto.
Il
silenzio del sottotetto venne interrotto da colpi alla porta. Ad entrare fu l’Ispettore
di Pubblica Sicurezza Vincenzo
Gambino, leccese d'origine, anch’egli ormai prossimo alla
pensione e gelosissimo della propria moka Bialetti, da cui pretendeva di
estrarre l’unico caffè degno di tal nome.
Gambino
apparse visibilmente sconvolto: con il volto segnato dalle lacrime e una barba
bianca e incolta non curata da giorni, si portò le mani al viso per la vergogna
e la disperazione. Confessò ad Ascali il suo dramma intimo e devastante: sua
figlia diciassettenne, Roberta, frequentava pessime compagnie ed era caduta
nella trappola di un giovane tossicodipendente ridotto a una larva umana che
viveva per strada facendosi di crack ed eroina. La ragazza, mossa dal vano
proposito di salvarlo, si recava da sola in ambienti malfamati e degradati,
rifiutando ogni aiuto e rispondendo al padre con l’arroganza della giovinezza: «Ma che ne vuoi sapere tu dei problemi che
affliggono i giovani d’oggi?»
Offrendogli
un bicchiere d’acqua e un abbraccio fraterno, Ascali rassicurò il collega,
promettendogli che si sarebbe messo a disposizione a titolo personale, fuori
dal servizio, per scandagliare quel mondo sommerso e capire come sottrarre la
ragazza dall’abisso.
“La polvere e il sangue” è un’opera che segna un capitolo
intimo e doloroso nell’universo investigativo del Luogotenente Roberto Ascali. In questo romanzo, la narrazione si
sposta dalle grandi inchieste contro i vertici di Cosa Nostra a una piaga
sotterranea e devastante che consuma i giovani della metropoli: la trappola del
crack, dell’eroina e dello spaccio di sostanze stupefacenti.
Si tratta di un’opera intensa e commovente sul senso del dovere,
sul dolore dei padri di fronte alla tragedia dei figli e sulla determinazione
di un investigatore pronto a tutto pur di non lasciare che la vergogna e l’oblio
inghiottano la verità.
Francesco Toscano
1
Sono le ore 11:00 e sono qua all’interno
del mio ufficio, al secondo piano del Palazzo di Giustizia di Palermo, quasi un
sottotetto, dove la temperatura ambientale sfiora i 36 gradi Celsius; è un
tormento, sia fisico che psichico. L’unica nota positiva è la radio accesa,
sintonizzata su Radio DJ. La musica, a basso volume, mi dà sollievo: quello che
l’ambiente circostante alla mia scrivania in legno, su cui è posizionato il mio
personal computer, non mi dà più ormai da troppo tempo. È da qualche anno, infatti,
che occupo quest’ufficio. Un buontempone di Colonnello, dopo i miei successi
investigativi presso la Caserma “Carini”, ha deciso per me che io fossi l’uomo
giusto al posto giusto presso questa nuova sede di servizio, quando ormai ero
alla soglia della tanto agognata pensione e dopo aver raggiunto il grado
apicale nell’Arma dei Carabinieri, nella categoria Sottufficiale. Mia moglie
spesso mi chiede: «Lorenzo, ma perché non fai domanda di trasferimento se lì
non stai bene? Non ti posso vedere sempre col broncio, col magone. Ti stai
spegnendo lentamente, come una candela di cera il cui stoppino è arso dal fuoco
da giorni interi».
Non posso darle torto. E come
potrei dare torto alla donna che amo più della mia vita, che è riuscita in
maniera brillante e impavida a sconfiggere quel demone chiamato leucemia, che
la voleva dilaniare giorno dopo giorno. I giorni di sofferenza, di paura,
l’impatto stravolgente che questa malattia ha avuto nella sua vita, nella mia e
in quella dei nostri figli, ci ha costretti a dare questo nome malevolo alla
sua patologia: il demone infernale, un gruppo di tumori del sangue che avevano
origine nel suo midollo osseo, il tessuto spugnoso all’interno delle ossa
responsabile delle cellule ematiche.
I medici dell’ISMETT ci hanno
detto che ella è del tutto guarita e che, verosimilmente, non ci dovrebbero
essere delle recidive.
Del mio lavoro ordinario da
Carabiniere mi manca la proiezione verso l’esterno, l’odore dei vicoli della
città in cui vivo, il vociare della gente, lo sbraitare degli automobilisti
imbottigliati nel traffico caotico e sonoro di questa metropoli, l’ammiccamento
di qualche onesto cittadino quando riesci ad acciuffare un malvivente ed
assicurarlo alla Giustizia: la riconoscenza invisibile di chi vede lo Stato
fare il proprio dovere.
Mentre sono intento a osservare
Piazza Vittorio Emanuele Orlando dalla finestra del mio ufficio, qualcuno si
avvicina alla porta chiusa e, dopo aver bussato, mi costringe ad aprire il mio
luogo di supplizio.
«Ciao Lorenzo. Ma che caldo che
fa qua dentro! Non hai un ventilatore? Perché non accendi il condizionatore?»
«Non posso». Gli dico,
mestamente, e continuando aggiungo:
«È da giorni che la centrale
termica è rotta».
«Ma che ci fai qui tutto solo
soletto. Scenditene giù, vieni a trovare gli altri colleghi».
«Non posso. È l’unica postazione
di lavoro che mi consente di interagire con gli uffici di Procura. Qui ho il
mio PC, ho le mie cose. I ricordi di questi ultimi anni. Non potrei proprio
cambiarlo con nessun’altro ufficio. Ti posso offrire un caffè?» Gli domando
timoroso, in quanto so che Vincenzo Gambino, originario di Cavallino, Lecce,
Ispettore di P.S., anch’egli alla soglia della pensione, ama solo il caffè
prodotto dalla moka, ideata da Bialetti nel 1933.
«No, grazie,» mi dice in maniera
del tutto prevedibile.
«Io, come sai, bevo solo il
caffè della mia moka. La custodisco come se fosse un’antica reliquia».
«Dimmi, Vincenzo, in che cosa ti
posso essere utile?»
«Lorenzo, mi devi aiutare».
«Certamente. Se posso, perché
no?»
«Questa volta è diverso,»
continuò Vincenzo, facendomi preoccupare un po’ per quello che mi voleva dire.
«Non mi fare stare in pena. Di
che si tratta?»
«Mia figlia, Roberta, la
conosci?»
«Sì, mi pare di sì. Che le è
successo?»
«Frequenta cattive amicizie. Un
tossico, penso che si faccia di crack. Dice che le fa pena e che lo vuole
aiutare a liberarsi dal male che lo affligge. L’ho intravisto un giorno,
credimi è ormai una larva umana. Proprio così».
«Dove vive? Non ha famiglia?»
Gli chiedo, preoccupatissimo per il suo stato d’ansia, per il suo timore di
poter perdere la sua secondogenita.
«Vive per strada».
«Ma la ragazza che dice? Le hai
parlato? Gliel’hai detto che non ha i mezzi per poterlo aiutare e che quel
ragazzo avrebbe di bisogno di andare in comunità?»
«Sì, sì, gliel’ho detto. Sai
cosa mi ha risposto?»
«Dimmi!»
“Ma che ne vuoi sapere tu dei problemi che affliggono i giovani d’oggi?”
«Hai capito? Questa è stata la
sua risposta. Ma che devo fare, Lorenzo? Come devo intervenire? Per colpa di
questo coglione spesso si reca da sola in ambienti malfamati. Temo per lei, per
la sua incolumità».
Vincenzo si portò entrambe le
mani in faccia, vergognandosi come un ladro per quelle lacrime calde che gli
solcavano il viso, sulla quale una barba ispida, bianca, non curata da giorni
faceva bella mostra di sé, segno che quell’uomo, quel padre di famiglia, stava vivendo
un momento terribile della sua vita.
Dopo averlo guardato teneramente
l’ho pregato di sedersi. Di bere il bicchiere d’acqua che gli porgevo. Di
calmarsi, giacché ritenevo che la sua ragazza avrebbe capito da sé in che
pasticcio si stava cacciando. Vincenzo si scusò, si asciugò gli occhi, ancora
lacrimanti, e si recò verso la porta che avevo provveduto a chiudere alle
nostre spalle non appena Vincenzo era entrato all’interno del mio angusto ufficio.
Gli dissi di non preoccuparsi, che sarei stato pronto a dargli una mano, libero
dal servizio, così da poter capire, fino in fondo, qual era l’entità del danno
prospettatomi: qual era l’abisso in cui stava per precipitare Roberta; e poi,
era necessario capire come ci saremmo potuti muovere in quell’ambiente legato
alla tossicodipendenza, senza colpo ferire. Mi ha salutato baciandomi sulla
guancia. È uscito dall’ufficio, lasciandomi esterrefatto per ciò che mi aveva
appena raccontato. Rimasto da solo, mi sono seduto alla mia scrivania,
sprofondando, letteralmente, sulla sedia d’ufficio. Respirai profondamente,
tirando l’aria anche con la bocca. Quella boccata d’ossigeno mi riempì i
polmoni e mi schiarì le idee. Mi ricordai che un tempo, quando mi occupavo di
reati predatori e di micro criminalità, c’era un collega che aveva una certa
dimestichezza con tutto ciò che riguardava lo spaccio, la tossicodipendenza, con
i giovani e la loro vita sregolata. Prelevai dalla tasca destra dei miei pantaloni
il mio telefono cellulare. Scrollai velocemente la rubrica e pigiai sull’icona
“cornetta” che mi avrebbe consentito di poter colloquiare con Massimo, che, purtroppo,
non vedevo e non sentivo almeno da circa cinque anni.
Il telefono squillò a lungo. Ma
nessuno rispose.
Pensai che Massimo, forse, aveva
potuto cambiare utenza e che il numero che avevo provveduto a registrare sul
mio smartphone, un tempo, potesse essere stato assegnato ad altro utente.
Continuai ad occuparmi della
pratica su cui stavo lavorando, promettendomi che avrei richiamato Massimo
qualche ora dopo. Nel caso in cui non fossi stato in grado di rintracciarlo, lo
sarei andato a trovare a casa, in maniera sfrontata. Ero sicuro del fatto che
Massimo avrebbe capito, che mi avrebbe ascoltato, che si sarebbe messo a nostra
disposizione per evitare che la figlia diciassettenne di un collega cadesse nel
mondo infimo della droga, che coinvolge centinaia di milioni di persone nel
mondo e genera profitti enormi per la criminalità organizzata: un traffico
illecito che ogni anno fa registrare, in media, 500.000 decessi.
L’orologio al mio polso sinistro
segnava già le ore 13:00. Era arrivata l’ora di andare a pranzo. I miei livelli
glicemici segnalavano al mio corpo che avrei dovuto mangiare qualcosa, che non
potevo più procrastinare l’assunzione di proteine e/o carboidrati. Erano anni,
ormai, che a pranzo mangiavo soltanto carne, pesce, verdure, un piccolo panino
integrale, e ingurgitavo un bicchiere d’acqua, preferibilmente a temperatura ambiente.
Sono le ore 21:00, o almeno è
quello che il mio orologio da polso segna. È stata una giornata intensa. Una di
quelle che ti toglie tutte le energie che ti sono rimaste in corpo. In
mattinata ho partecipato anche ad un interrogatorio, che il mio boss aveva in
agenda. Egli è un Magistrato inquirente che si occupa ormai da vent’anni di
reati comuni presso la Procura di Palermo (furti, danneggiamenti, lesioni
personali, omicidi, ecc. ecc.).
Dice che non gli interessa
occuparsi di altro. Che vuole combattere il crimine che affligge Palermo
limitandosi ad assicurare alla Giustizia solo quei “Malacarne” che gravitano
all’ombra di Cosa Nostra panormita.
Non ho nulla da obiettargli. Chi
sono io per poterlo contraddire. I suoi colleghi, suoi coevi, è ormai da tanti
anni che hanno abbandonato questi uffici polverosi della Procura verso impieghi
più importanti, quale potrebbe essere, ad esempio, un incarico presso la D.D.A.
di Palermo, un’articolazione della Procura della Repubblica presso il Tribunale
di Palermo, riconosciuta a livello nazionale ed europeo come un presidio di
altissima eccellenza investigativa nella lotta contro la criminalità
organizzata di tipo mafioso.
Tra i reati di cui si occupa il
mio capo vi è anche lo spaccio di sostanze stupefacenti e/o psicotrope. Sono
indeciso se raccontargli o meno la vicenda che ha stravolto la vita del mio
collega Vincenzo. C’ho pensato molto oggi circa quello che gli avrei potuto
dire, senza ferire Vincenzo e incrinare il nostro rapporto d’amicizia.
Ho deciso, tuttavia, di
cavarmela da solo. Ho ritelefonato a Massimo, in tarda mattinata, ma nulla.
Nessuno rispondeva a quel numero che ho memorizzato in rubrica. Alle ore 14:00,
stanco di attendere, ho cercato Massimo per vie traverse. Ho telefonato a
Marco, un mio pari corso, che conosce bene Massimo e il suo gruppo
investigativo. Marco mi ha detto che Massimo, al momento, non si trova in
Italia. Che ha deciso di andare in missione. Al momento si trova in Palestina.
Questa proprio non ci voleva. Ho
pensato che ora mi tocca prendere questa patata bollente con le mie mani. Non è
la prima volta che ciò accade, ormai ci sono abituato a disbrigare matasse
tanto contorte e dolorose di avvenimenti.
***
Quando arrivai in Sicilia, da
Vice Brigadiere neo promosso, fui destinato a una Stazione Urbana di stanza in
provincia di Agrigento. Mi presentai alla porta del Comando Stazione, dicendo
al piantone: “Buongiorno, sono il Vice
Brigadiere Roberto Ascali, assegnato a questo Comando dell’Arma come
sottufficiale in sottordine.” Quanti ricordi… Lì imparai il mio mestiere,
anche grazie ad un ottimo Maresciallo dell’Arma dei Carabinieri, poi
congedatosi col grado di Maggiore. In quel territorio brullo, arso e riarso dal
Sole, imparai a contrastare il malaffare, i vizi di una popolazione rurale che
si barcamenava tra il lecito e l’illecito. Una generazione che, pur tuttavia,
voleva cambiar vita e che cercava di dare alla sua progenie, un destino diverso
che la sorte aveva assegnato loro. Il nucleo profondo di questa transizione si
articolava sulle seguenti dinamiche cruciali: l’ambiguità del quotidiano (la
popolazione rurale si muoveva in una zona grigia dove l’illegalità - come il
contrabbando o il pascolo abusivo - veniva talvolta percepita come necessità
primaria prima che come reato); la spinta del riscatto (il vero motore del
cambiamento è stato il sacrificio dei genitori, disposti a tollerare la durezza
della terra pur di garantire ai figli l’istruzione, l’emigrazione o un lavoro
stabile, spezzando un ciclo di povertà apparentemente inevitabile); il ruolo
dello Stato (operare in questi territori significava non solo reprimere il
crimine, ma anche rappresentare un’alternativa credibile di giustizia e ordine
in un luogo abituato a fare da sé). Una vera e propria rivoluzione antropologica.
Gli agricoltori pretendevano che
i loro figli si affrancassero dalla terra e da tutto ciò che ne scaturiva (per
lo più miseria, quella che costringeva sia i genitori che i loro figli, a una
vita di stenti e di rassegnazione), prediligendo pagare fior fiori di quattrini
per mandarli a studiare o a Catania o a Palermo, luoghi in cui, purtroppo,
molti di loro si perdevano, cadendo tra le grinfie di criminali incalliti che
gli facevano vedere il mondo con occhi diversi (gli occhi glaciali, ovvero quello
sguardo vitreo dei tossici, ossia quel fenomeno legato all’alterazione della
mimica oculare e dello sguardo, causato dagli effetti neurologici e fisiologici
delle sostanze stupefacenti sul sistema nervoso centrale). Le grandi città
siciliane come Catania e Palermo diventavano così il palcoscenico di un
drammatico scontro generazionale e culturale.
Col trascorrere del tempo, nel
corso della mia trentennale carriera, ho imparato che gli oppioidi ed eroina
provocano una forte costrizione delle pupille, che diventano piccolissime,
quasi invisibili. Gli stimolanti, invece, quali sono ad esempio la Cocaina, le Anfetamine,
e l’MDMA, causano l’effetto opposto: cioè una forte dilatazione delle pupille.
Gli occhi appaiono spalancati, lucidi, sbarrati e in continuo movimento.
“Povero me. In che guaio mi sono cacciato?
Chi, come me, è abituato a combattere battaglie pubbliche contro il malaffare o
a gestire l’ordine sociale si scopre spesso disarmato di fronte alle dinamiche
intime, dove le armi dell’autorità o della pura ragione non hanno alcun potere.”
Le mie elucubrazioni mentali non
mi aiutavano certamente a risolvere i problemi che assillavano Vincenzo e la di
lui figlia:
“Parlare con la ragazza? Non se ne parla! Che cosa le avrei potuto dire.
Ha mandato a quel paese suo padre, pensa uno sconosciuto come me che, di punto
in bianco, si vuole intromettere nella sua giovane vita. Avendo figli un po’
più grandi di lei, che ormai si sono affermati in società, ma che, pur
tuttavia, sono stati degli adolescenti ribelli, ho intuito che una via d’uscita
potesse essere quella di spiare i suoi profili social, prima fra tutti
Instagram, il social network molto usato dai giovani d’oggi che cercano di
apparire, agli occhi dei loro coetanei, ciò che non sono...”
Dopo varie ricerche sono entrato
nel suo profilo Instagram, aperto al pubblico, tuffandomi all’interno di un
mondo che non mi appartiene. Una bellissima ragazza. Alta poco più di 173 cm,
formosa, occhi chiari, capelli biondi. Mi soffermai a guardare una sua foto: ella
si specchiava dinanzi ad uno specchio affisso alla parete della sua cameretta
nell’intento di farsi un selfie. Un abito succinto le copriva a malapena il
seno prosperoso. Sorrideva felice della sua beltà e della sua giovane età,
facendo emergere un messaggio subliminale che diceva, pressappoco, che ella era
sicura di sé. Quel profilo Instagram diventava, di colpo, una finestra aperta
su una vita parallela, un archivio di immagini, storie e relazioni che
amplificavano la distanza culturale e generazionale tra me e la ragazza.
La foto da me osservata mi colpì
molto. Nell’angolo dello specchio non inquadrato direttamente dal telefono, sul
ripiano sottostante una scaffalatura metallica, c’erano degli elementi che
raccontavano una storia diversa: flaconi di medicinali, fazzoletti spiegazzati.
Un’espressione del viso riflessa, per un gioco di angolazioni, denotava che
quel sorriso fosse forzato nel suo selfie. Ciò evidenziava la discrepanza tra
la perfezione mostrata sui social media e la reale vulnerabilità o sofferenza
nella vita da lei vissuta tutti i giorni.
E poi, sullo sfondo della stanza
riflessa nello specchio si notava un dettaglio inquietante, nostalgico.
Un’ombra che non corrispondeva a nessun oggetto reale, la porta dell’armadio
socchiusa da cui si intravedeva qualcosa…
Il suo passato, il senso di
ansia costante incombeva nella sua quotidianità, nonostante i tentativi di
apparire spensierata.
2
È da due giorni che cerco di
sbirciare nella vita di Roberta, attraverso i suoi social media. Non è facile
per me, abituato ad altre investigazioni. Eppure mi ci sono dovuto ficcare con
tutte e due le scarpe, avendo promesso a Vincenzo che gli avrei dato una mano:
una promessa solenne fatta ad un amico. Se nelle investigazioni classiche ci
sono fatti, tracce fisiche, riscontri, sui social media ci sono solo apparenze,
frammenti di una realtà filtrata ed esibita, dove è facilissimo trarre
conclusioni errate o perdersi nel superfluo. Ci avrei dovuto provare. Dovevo
capire sino a che punto la ragazza fosse coinvolta nel mondo della
tossicodipendenza, un demone strisciante che consuma le vite dall’interno. Per
uno sbirro come me, abituato a cercare riscontri oggettivi, decodificare i
segni di una dipendenza attraverso lo specchio deformante dei social media diventava
una sfida psicologica logorante. Infine mi sono arreso. È tardi. Raggiungo Aurora
a letto.
Ho da poco spento la TV. Dopo
aver chiuso il mio personal computer alla ricerca della vera Roberta, ho
guardato una partita di calcio. Ho visto vincere la mia squadre del cuore, per
l’ennesima volta quest’anno, contro una modesta formazione di media classifica.
Sono le ore 23:00. Mentre mi
dirigo verso la camera da letto matrimoniale, da lontano sento il ronzio della
vibrazione del mio smartphone, da me lasciato sotto carica sul tavolino della
stanza da pranzo. Mi alzo di scatto, preoccupato di chi possa essere a
quest’ora del giorno nel tentare di telefonarmi, poiché gli impegni lavorativi
di una volta non esistono più e la vita d’ufficio da me condotta mi lascia
sereno la sera, così da starmene in compagnia di mia moglie, senza l’assillo di
essere sempre prontamente reperibile. Aurora mi chiede chi possa essere ed io
le dico di non preoccuparsi, suggerendole di continuare a dormire. Ma dopo
quella telefonata ella quel giorno non riprenderà più sonno.
«Pronto?»
Riconosco immediatamente la voce
di Vincenzo Gambino. Le gambe cominciano a tremarmi. Con un singulto rispondo
al suo “Pronto?”
«Lorenzo?»
«Sì?»
Vincenzo piange al telefono e
non sente minimamente ciò che gli dico. Singhiozzando, egli ha solo il tempo di
dirmi “Roberta non c’è più!” prima di
riattaccare.
Ho un mancamento e crollo sul
divano. Mia moglie mi conforta e mi suggerisce di andare a casa del mio collega
Vincenzo. Si propone di accompagnarmi, ma io le dico di no, suggerendole di
ritornare a letto e di non preoccuparsi per me.
Scendo di corsa le scale del
palazzo dove abito. Metto in moto la mia utilitaria e mi avvio verso via
Uditore. Qui, da vent’anni, abitano Vincenzo e i componenti il suo nucleo
familiare. Il portone d’ingresso è aperto. So che abita al terzo piano. Sulle
scale un agente del vicino Commissariato di P.S. mi blocca e mi chiede chi sia.
Mi presento, facendogli vedere il mio tesserino identificativo, precisandogli anche
che sono un amico fraterno di Vincenzo. L’agente mi dice che non posso salire.
Che all’interno dell’appartamento ci sono gli uomini della Scientifica che
stanno procedendo al sopralluogo di rito. Mi precisa che Roberta, la figlia del
mio collega non ce l’ha fatta. Pensa che si tratti di un caso di overdose da
assunzione massiva di sostanze stupefacenti. Che non può dirmi null’altro.
«Ma Vincenzo, sua moglie, dove
sono?» Gli chiedo affannato, sia per le scale da me percorse “da centometrista”,
sia per la situazione ambientale che si disvela ai miei occhi.
L’agente mi mette una mano sulla
spalla destra e mi dice che sono stati accompagnati al vicino Pronto Soccorso
dell’Ospedale Cervello, da un’autoambulanza intervenuta in quella via su loro
segnalazione.
Preoccupatissimo lascio il
palazzo in cui risiede Vincenzo per dirigermi verso il Pronto Soccorso dove il
mio collega e quella povera donna di sua moglie sono stati trasportati
d’urgenza, poco tempo prima.
Il telefono squilla. Mia moglie
mi chiede notizie. Mi limito a dirle che si tratta di una tragedia. Che la
ragazza è deceduta e che il mio collega e la di lui moglie, verosimilmente per
la situazione venutasi a creare, ossia per il malore che li ha colpiti
nell’osservare la figlia defunta, sono ricoverati al Pronto Soccorso
dell’Ospedale Cervello.
“Quella povera ragazza. Gli oppioidi che ha assunto gli hanno rilassato
i muscoli della respirazione, rallentandole il battito cardiaco, fino a
fermarglielo del tutto.”
Ragiono, nel mio ennesimo
soliloquio. Poi, continuo con le mie elucubrazioni mentali in tal guisa:
“Vincenzo e sua moglie non hanno retto alla visione di quella scena: la
ragazza cianotica. La schiuma alla bocca o al naso. Il vomito sul pavimento,
vicino al lettino. La siringa caduta sul pavimento, alla destra del cadavere.”
Scuoto la testa da sinistra verso
destra come a voler cancellare quella scena che la mia mente ha ideato.
“È terribile. Perdere una figlia in quel modo. Vincenzo, poveretto, non
si riprenderà più. La sua vita è finita. La perdita di un figlio per overdose,
infatti, provoca un lutto traumatico e complesso, caratterizzato da uno shock
profondo, un devastante senso di colpa e il rischio di lacerazioni alla coppia
genitoriale.”
Le mie proiezioni mentali,
purtroppo, si sono avverate. Me lo sentivo già, in cuor mio, che potesse
succedere qualcosa di spiacevole a Vincenzo e a sua figlia Roberta. Una
profezia che si autoavvera. A volte, infatti, la nostra mente si focalizza così
tanto su una paura specifica da portarci a interpretare ogni piccolo segnale
esterno come la prova assoluta che la nostra “proiezione” fosse corretta,
amplificando l’impatto emotivo dell’evento.
Vincenzo e Sandra, sua moglie,
sono stati dimessi dall’Ospedale presso cui avevano ricevuto le prime cure del
caso, ore dopo. Ho atteso che fossero dimessi, così da potere stare vicino a
loro e dare il mio supporto: un ruolo prezioso, ma anche faticoso. Vincenzo e
Sandra avevano solo bisogno di essere ascoltati...
Sandra e Vincenzo si
tormentavano chiedendosi se essi, in qualche modo, avrebbero potuto salvare la
loro piccola figlia; si accusavano vicendevolmente di non averla protetta
abbastanza, e di non essere stati in grado di riconoscere i segnali di allarme
in tempo utile. La perdita di Roberta era per loro un evento che scuoteva le
fondamenta delle loro stesse vite. La loro mente cercava disperatamente di
trovare una spiegazione logica a un evento che logico non era. Il senso di
colpa retrospettivo, ovvero la tendenza a riesaminare il passato alla luce di
ciò che era stato, li stava straziando.
Pensai:
“Quando il dolore per la perdita è intollerabile, la mente preferisce
paradossalmente colpevolizzarsi pur di non accettare l’idea che l’evento sia
stato fuori dal proprio controllo. Sentirsi in colpa dà l’illusione che si
sarebbe potuto fare qualcosa, mentre accettare l’impotenza di fronte alla
tragedia è un passo infinitamente più difficile.”
Vincenzo si percuoteva le
tempie, rabbioso verso il mondo esterno che egli, ormai, percepiva come
indifferente. Il suo lutto non si sarebbe mai “cancellato”. Uno psicologo
riuscì anni dopo a lenire il dolore della sua anima per il lutto traumatico
subito.
Abbracciai Vincenzo e Sandra,
piangendo come un bambino. Un dolore immenso avvolse il mio spirito. Un dolore
mai provato prima nella mia vita. Dissi loro: «Capisco che vi sentiate così e
mi dispiace immensamente per questo tormento». Mi guardarono come se avessi
parlato dall’aldilà. Non capivano, e come avrebbero potuto capire il mio dolore,
quando il loro era immane. Era un momento di solitudine e di un dolore
indescrivibile quello provato da loro. Trovarsi di fronte a due genitori
consumati da una tragedia così grande, significava per me scontrarsi con un
muro invisibile: il loro dolore era così assordante da rendere impossibile per
loro vedere, in quel momento, l’angoscia di chiunque altro, compresa la mia.
Mi resi conto, infine, che rimanere
vicini a chi soffre mantenendo un rispettoso silenzio è spesso l’unica forma di
supporto possibile, senza la pretesa di essere capiti.
***
Erano trascorsi mesi dall’evento
luttuoso che aveva stravolto la vita di Vincenzo e di Sandra. Incontrai per
caso Vincenzo mentre ero intento a percorrere via Volturno. Lo salutai
affettuosamente. Egli era ancora smarrito per il lutto che lo aveva colpito. Mi
raccontò che era stato in terapia. Arguii che lo psicologo e psicoterapeuta era
stato per lui e sua moglie di fondamentale importanza. Che il dolore per la
perdita di Roberta era stato per loro devastante; che era stato normale
sentirsi sopraffatti dagli eventi.
Mi disse, piangendo, che aveva
deciso di mettersi in aspettativa. Glielo dovevano, mi precisò. Lo abbracciai e
lasciai che sfogasse il suo pianto sulla mia spalla sinistra. Me ne fregavo se
la gente ci guardava basita e si chiedeva che cosa fosse successo. Il suo lutto
aveva assunto le caratteristiche da disturbo da stress post-traumatico.
Vincenzo e Sandra erano stati sopraffatti anche dallo stigma sociale: si erano
isolati dal mondo esterno per paura del giudizio o per la vergogna sociale
associata alla tossicodipendenza che era stata la causa della morte della
povera Roberta.
Il terapeuta, che conoscevo bene
da circa cinque anni, (ero stato io a presentarglielo a Vincenzo e a Sandra,
per curare il loro stato di salute), non aveva cercato di cancellare il loro
dolore, né di far loro dimenticare la figlia. Li aveva aiutati, in tutti quei
mesi, a costruire, con il tempo necessario, un mondo nuovo e meno distruttivo
di convivere con l’assenza, trasformando il legame interrotto in una memoria
integrata e tollerabile.
Salutai Vincenzo e ritornai in ufficio. L’orologio al mio
polso sinistro segnava le ore 14:00.
Vincenzo si allontanava a passi
lenti. Io me ne rimanevo fermo sul marciapiede, guardandolo scomparire tra la
folla. Ho fatto un respiro profondo; un nodo al petto che non se ne andava mi
preoccupò molto...
Pensai:
“Mio
Dio... com’è possibile che una persona si rimpicciolisca così tanto?
Sembrava... sembrava che i suoi vestiti galleggiassero su un corpo svuotato.
Quegli occhi. Non erano solo tristi, erano... altrove. Come se una parte di lui
fosse rimasta ferma in quella stanza, in quel maledetto giorno, e qui ci fosse
solo un’ombra a camminare. Cosa gli ho detto? Nemmeno me lo ricordo. Le solite
frasi fatte... “Mi dispiace”, “Se hai bisogno ci sono”. Che stupido. Che parole
stupide. Come si fa a dire “mi dispiace” a un padre che ha dovuto seppellire sua
figlia? Una figlia uccisa da quel mostro invisibile che si è mangiato tutto,
pezzo dopo pezzo, fino all'ultimo respiro. Ho avuto paura. Ecco la verità. Ho
avuto paura di guardarlo dritto in faccia, perché nei suoi occhi c’era il
terrore più grande di ogni genitore. E poi quel silenzio pesante, quel non
detto che aleggiava tra noi. Avrei voluto nominare sua figlia, ricordare quando
da bambina correva in cortile... ma ho avuto il terrore di farlo crollare. O
forse avevo paura di crollare io. E la gente... la gente giudica. Sento già i
sussurri, le frasi velenose dietro le spalle: “Era una tossica”, “Cercava i
guai”, “Chissà dove stavano i genitori”. Che maledetta crudeltà. Come se il
dolore avesse una classifica, come se questa morte valesse meno, come se si
potesse colpevolizzare un amore così grande. Lui lo sa, lo sente questo peso.
Si vedeva da come teneva le spalle curve, come se stesse cercando di difendersi
dagli sguardi del mondo. Il senso di colpa lo sta divorando vivo, lo so. Si
starà chiedendo ogni secondo cosa ha sbagliato, dove non ha guardato, quale
porta non ha aperto in tempo. Volevo abbracciarlo più forte. Volevo dirgli che
sua figlia non era la sua dipendenza, non era quell’ultima dose. Era una ragazza,
era la sua gioia, e la sua vita ha avuto un valore immenso, nonostante la fine.
Cosa posso fare adesso? Non posso lasciarlo solo. Non posso fare come gli altri
che si girano dall’altra parte perché questo dolore fa troppo spavento. Non gli
parlerò di futuro, non gli dirò che passerà, perché non passerà. Ma domani sarò
lì. Busserò alla sua porta. Anche solo per stare seduti in silenzio, nella
stessa stanza, a bere un caffè amaro. Ci sarò. Non permetterò che la vergogna
degli altri lo isoli nel suo inferno.”
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