Assaggio d’Autore: In anteprima un estratto dal nuovo romanzo "La polvere e il sangue", in pubblicazione il 1 dicembre 2026.

 

Palermo, lì 19 settembre 2026.

Cari lettori e lettrici,

è con grande emozione che condivido oggi sul blog un "assaggio d’autore", una breve lettura in anteprima dal mio nuovo romanzo: "La polvere e il sangue".

In questa nuova indagine, il Luogotenente Roberto Ascali — noto a tutti semplicemente come Lorenzo — si trova di fronte a una svolta profonda. Distanziandosi temporaneamente dalle grandi inchieste contro i vertici di Cosa Nostra, Ascali viene chiamato ad affrontare una piaga sotterranea e devastante che consuma i giovani della metropoli palermitana: la trappola del crack, dell’eroina e dello spaccio di sostanze stupefacenti.

Il dramma umano esplode quando l'Ispettore di Pubblica Sicurezza Vincenzo Gambino, un collega leccese ormai prossimo alla pensione, si confida disperato con Ascali per la sorte della figlia diciassettenne Roberta, caduta nella rete della tossicodipendenza nel vano proposito di salvare un giovane di strada.

"La polvere e il sangue" si rivela così un’opera intensa e commovente sul senso del dovere, sul dolore incommensurabile dei padri di fronte alle tragedie dei figli e sulla determinazione di un investigatore pronto a tutto pur di non lasciare che la vergogna e l'oblio inghiottano la verità.

Vi invito a leggere questo estratto, facendomi sapere nei commenti le vostre prime impressioni!

Buona lettura,
Francesco Toscano


🖋️ L'ASSAGGIO D'AUTORE

 

La polvere e il sangue

 

 

Di Francesco Toscano






Alcuni fumano, altri bevono, altri si drogano e altri si innamorano... ognuno si uccide a modo suo. Anonimo.


 


Diritti esclusivi di sfruttamento economico nel diritto d’autore e diritti connessi.

 

Tutti i diritti letterari della presente opera sono di esclusiva proprietà dell’autore, Francesco Toscano, così come previsto dalla legge 22 maggio 2004, n. 128 sulla diffusione telematica abusiva delle opere dell’ingegno, dalla legge 31 marzo 2005, n. 43 contenente disposizioni per l’università e la ricerca, dal Decreto Legislativo 13 febbraio 2006, n. 118, dal Decreto Legislativo 16 marzo 2006, n. 140 e dal Disegno di legge S861 approvato dal Parlamento il 21 dicembre 2007 che consente la libera pubblicazione attraverso la rete d’immagini o musiche a bassa risoluzione o degradate.

Il diritto di pubblicazione (art. 12 L. 633/1941) è il primo tra tutti i diritti esclusivi di sfruttamento economico e spetta all’autore o agli autori. È anche un diritto morale. L’autore ha il diritto esclusivo di pubblicare l’opera. È considerata come prima pubblicazione la prima forma di esercizio del diritto di utilizzazione.

L’autore ha altresì il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo, originale o derivato, nei limiti fissati dalla legge, e in particolare con l’esercizio dei diritti esclusivi indicati in seguito.

L’autore ha altresì il diritto esclusivo di pubblicare le sue opere in raccolta (art. 18 L. 633/1941). L’autore è l’unico che ha il diritto esclusivo di introdurre nell'opera qualsiasi modificazione (art. 18 L. 633/1941).

Per diritti di sfruttamento economico (artt.12 e 19 L. 633/1941) s’intendono una serie di diritti di seguito elencati.

Tutti questi diritti esclusivi previsti dalla legge (art. 19 L. 633/1941) sono fra loro indipendenti.

L’esercizio di uno di essi non esclude l’esercizio esclusivo di ciascuno degli altri diritti. Essi hanno per oggetto l’opera nel suo insieme e in ciascuno delle sue parti.

I diritti di utilizzazione economica dell’opera durano tutta la vita dell’autore e sino al termine del settantesimo anno solare dopo la sua morte (art. 25 L. 633/1941).

Nel caso di morte spettano agli eredi.

Il trasferimento o la cessione di tali diritti, si attua attraverso un contratto di cessione e ha una durata limitata nel tempo (il massimo previsto per legge è comunque fissato in venti anni, vedi art. 122 contratto di edizione).

Diritti concernenti edizioni critiche e scientifiche di opere di pubblico dominio (art. 85-quater L. 633/1941). Senza pregiudizio dei diritti morali dell’autore, a colui il quale pubblica, in qualunque modo o con qualsiasi mezzo, edizioni critiche e scientifiche di opere di pubblico dominio spettano i diritti esclusivi di utilizzazione economica dell’opera, qual è dall’attività di controllo critica e scientifica (comma 1). Fermi restando i rapporti contrattuali con il titolare dei diritti di utilizzazione economica di cui al comma 1, spetta al curatore dell’edizione critica e scientifica il diritto all’indicazione del nome (comma 2).

La durata dei diritti esclusivi di cui al comma 1 è di venti anni a partire dalla prima lecita pubblicazione, in qualunque modo o con qualsiasi mezzo effettuato (comma 3).

Il diritto esclusivo di trascrivere (art. 14 L. 633/1941) ha per oggetto l’uso dei mezzi atti a trasformare l’opera orale in opera scritta o riprodotta con uno dei mezzi indicati nell’articolo precedente.

Il diritto esclusivo di riprodurre (art. 13 L. 633/1941) ha per oggetto la moltiplicazione in copie diretta o indiretta, temporanea o permanente, in tutto o in parte dell’opera, in qualunque modo o forma, come la copiatura a mano, la stampa, la litografia, l’incisione, la fotografia, la fonografia, la cinematografia e ogni altro procedimento di riproduzione. Il diritto esclusivo di eseguire, rappresentare o recitare in pubblico (art. 15 L. 633/1941) ha per oggetto, l’esecuzione, la rappresentazione o la recitazione, comunque eseguite, sia gratuitamente sia a pagamento, dell’opera musicale, dell’opera drammatica, dell’opera cinematografica, di qualsiasi altra opera di pubblico spettacolo e dell’opera orale.

Il diritto esclusivo di distribuzione (art. 17 L. 633/1941) ha per oggetto la messa in commercio o in circolazione, o comunque a disposizione, del pubblico, con qualsiasi mezzo e a qualsiasi titolo, dell’originale dell’opera o dei suoi esemplari e comprende, altresì, il diritto esclusivo di introdurre nel territorio degli Stati della Comunità Europea, a fini di distribuzione, le riproduzioni fatte negli Stati extracomunitari.

Il diritto esclusivo di comunicazione al pubblico su filo o senza filo dell’opera (art. 16 L. 633/1941) ha per oggetto l’impiego di uno dei mezzi di diffusione a distanza, quali il telegrafo, il telefono, la radiodiffusione, la televisione e altri mezzi analoghi, e comprende la comunicazione al pubblico via satellite e la ritrasmissione via cavo, e quella codificata con condizioni di accesso particolari; comprende altresì la messa disposizione del pubblico dell’opera in maniera che ciascuno possa avervi accesso dal luogo e nel momento scelti individualmente.

Il diritto esclusivo di tradurre (art. 18 L. 633/1941) ha per oggetto la traduzione dell’opera in altra lingua o dialetto.

Il diritto esclusivo di elaborare (art. 18 L. 633/1941) comprende tutte le forme di modificazione, di elaborazione e di trasformazione dell’opera previste nell’art. 4.

Il diritto esclusivo di noleggiare (art. 18-bis, comma 1, L. 633/1941) ha per oggetto la cessione in uso degli originali, di copie o di supporti di opere, tutelate dal diritto d’autore, fatta per un periodo limitato di tempo e ai fini del conseguimento di un beneficio economico o commerciale diretto o indiretto. L’autore ha il potere esclusivo di autorizzare il noleggio da parte di terzi. Il diritto esclusivo di dare in prestito (art. 18-bis, comma 2, L. 633/1941) ha per oggetto la cessione in uso degli originali, di copie o di supporti di opere, tutelate dal diritto d’autore, fatta da istituzioni aperte al pubblico, per un periodo limitato, a fini diversi dal noleggio. L’autore ha il potere esclusivo di autorizzare il prestito da parte di terzi. Alla Legge 633/1941 si affianca anche il Codice Civile, libro V titolo nono, capo I, articoli da 2575 a 2583.


 

 

© 2026, Francesco Toscano.

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Gli antichi astronauti: dèi per il mondo antico, alieni per quello moderno. (anticoastronauta.blogspot.com)

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PREFAZIONE

L’afa di agosto trasformava l’ufficio al secondo piano del Palazzo di Giustizia di Palermo — un soffocante sottotetto in cui la centrale termica rotta impediva l’uso del condizionatore — in un vero e proprio luogo di supplizio, con la temperatura ambientale che sfiorava i trentasei gradi Celsius. L’unica nota di sollievo era la radio accesa a basso volume su Radio DJ, un sottofondo musicale che cercava di temperare la calura opprimente della stanza.

Seduto alla sua scrivania in legno, il Luogotenente Roberto Ascali — noto a tutti semplicemente come Lorenzo — osservava attraverso i vetri Piazza Vittorio Emanuele Orlando. Aveva ormai raggiunto il grado apicale nella categoria dei Sottufficiali dell’Arma dei Carabinieri ed era prossimo alla tanto agognata pensione. Un Colonnello, dopo i brillanti successi investigativi ottenuti presso la storica Caserma “Giacinto Carini” di piazza delle Stigmate, aveva stabilito che Lorenzo fosse l’uomo giusto al posto giusto per coordinare le attività della Sezione di Polizia Giudiziaria al Palazzo di Giustizia, affiancando i magistrati della Procura nei reati di criminalità comune e spaccio di sostanze stupefacenti.

Eppure, a Lorenzo mancava profondamente il lavoro di strada: la proiezione verso l’esterno, l’odore acre dei vicoli di Palermo, il vociare sommesso dei mercati, lo sbraitare degli automobilisti bloccati nel traffico caotico della metropoli e l’ammiccamento colmo di rispetto del cittadino onesto quando un malvivente veniva acciuffato e assicurato alla giustizia. Sua moglie Aurora, di ritorno nella quiete dell’alloggio di servizio di viale Michelangelo confiscato alla mafia dopo essersi felicemente ristabilita dalla leucemia acuta trattata all'ISMETT, glielo ripeteva spesso con dolce fermezza: «Lorenzo, perché non fai domanda di trasferimento se lì non stai bene? Ti stai spegnendo lentamente, come una candela di cera il cui stoppino è arso dal fuoco».

Mentre combatteva contro i valori altalenanti del suo diabete mellito di tipo due — tenuti a bada a stento con la metformina e con una rigida dieta quotidiana composta da carne, pesce, verdure e un piccolo panino integrale — Ascali lasciava vagare i propri pensieri sul lungo filo rosso delle sue indagini. Ricordava i primi passi da giovane Vice Brigadiere in una Stazione rurale dell’agrigentino; poi il comando della Tenenza di Punta Calura, baluardo di legalità in un territorio brullo, dove aveva diretto il pool contro gli abusi sui minori nel caso riguardante le sorelline Marianna e Francesca Rossi, scoperchiando il dramma ereditario iniziato nel 1951 all’Albergheria con Padre Vincenzo e il nonno Giuseppe Rossi. Ricordava l’assassinio della badante rumena Ingrid Romanescu; il trasferimento a Palermo per curare Aurora, e la complessa rete dell’operazione “Loan Shark”, nata dalle denunce dell’imprenditore Eduardo Colajanni. Un’indagine intrecciata alle rivelazioni sulla “Malacarne” e sul “DNA criminale” di Turiddu Magrì; il delitto rituale di Rosario Cotugno avvelenato con arsenico e stricnina, il foglio d’avvertimento che odorava di pecorino, l’azzeramento dei mandamenti di Porta Nuova e Brancaccio condotto insieme a Massimo D’Amico sotto la direzione della dottoressa Maria Pia Macaluso, e l’Encomio Solenne infine riposto nel cassetto.

Il silenzio del sottotetto venne interrotto da colpi alla porta. Ad entrare fu l’Ispettore di Pubblica Sicurezza Vincenzo Gambino, leccese d'origine, anch’egli ormai prossimo alla pensione e gelosissimo della propria moka Bialetti, da cui pretendeva di estrarre l’unico caffè degno di tal nome.

Gambino apparse visibilmente sconvolto: con il volto segnato dalle lacrime e una barba bianca e incolta non curata da giorni, si portò le mani al viso per la vergogna e la disperazione. Confessò ad Ascali il suo dramma intimo e devastante: sua figlia diciassettenne, Roberta, frequentava pessime compagnie ed era caduta nella trappola di un giovane tossicodipendente ridotto a una larva umana che viveva per strada facendosi di crack ed eroina. La ragazza, mossa dal vano proposito di salvarlo, si recava da sola in ambienti malfamati e degradati, rifiutando ogni aiuto e rispondendo al padre con l’arroganza della giovinezza: «Ma che ne vuoi sapere tu dei problemi che affliggono i giovani d’oggi?»

Offrendogli un bicchiere d’acqua e un abbraccio fraterno, Ascali rassicurò il collega, promettendogli che si sarebbe messo a disposizione a titolo personale, fuori dal servizio, per scandagliare quel mondo sommerso e capire come sottrarre la ragazza dall’abisso.

“La polvere e il sangue” è un’opera che segna un capitolo intimo e doloroso nell’universo investigativo del Luogotenente Roberto Ascali. In questo romanzo, la narrazione si sposta dalle grandi inchieste contro i vertici di Cosa Nostra a una piaga sotterranea e devastante che consuma i giovani della metropoli: la trappola del crack, dell’eroina e dello spaccio di sostanze stupefacenti.

Si tratta di un’opera intensa e commovente sul senso del dovere, sul dolore dei padri di fronte alla tragedia dei figli e sulla determinazione di un investigatore pronto a tutto pur di non lasciare che la vergogna e l’oblio inghiottano la verità.

 

Francesco Toscano


 

1

 

Sono le ore 11:00 e sono qua all’interno del mio ufficio, al secondo piano del Palazzo di Giustizia di Palermo, quasi un sottotetto, dove la temperatura ambientale sfiora i 36 gradi Celsius; è un tormento, sia fisico che psichico. L’unica nota positiva è la radio accesa, sintonizzata su Radio DJ. La musica, a basso volume, mi dà sollievo: quello che l’ambiente circostante alla mia scrivania in legno, su cui è posizionato il mio personal computer, non mi dà più ormai da troppo tempo. È da qualche anno, infatti, che occupo quest’ufficio. Un buontempone di Colonnello, dopo i miei successi investigativi presso la Caserma “Carini”, ha deciso per me che io fossi l’uomo giusto al posto giusto presso questa nuova sede di servizio, quando ormai ero alla soglia della tanto agognata pensione e dopo aver raggiunto il grado apicale nell’Arma dei Carabinieri, nella categoria Sottufficiale. Mia moglie spesso mi chiede: «Lorenzo, ma perché non fai domanda di trasferimento se lì non stai bene? Non ti posso vedere sempre col broncio, col magone. Ti stai spegnendo lentamente, come una candela di cera il cui stoppino è arso dal fuoco da giorni interi».

Non posso darle torto. E come potrei dare torto alla donna che amo più della mia vita, che è riuscita in maniera brillante e impavida a sconfiggere quel demone chiamato leucemia, che la voleva dilaniare giorno dopo giorno. I giorni di sofferenza, di paura, l’impatto stravolgente che questa malattia ha avuto nella sua vita, nella mia e in quella dei nostri figli, ci ha costretti a dare questo nome malevolo alla sua patologia: il demone infernale, un gruppo di tumori del sangue che avevano origine nel suo midollo osseo, il tessuto spugnoso all’interno delle ossa responsabile delle cellule ematiche.

I medici dell’ISMETT ci hanno detto che ella è del tutto guarita e che, verosimilmente, non ci dovrebbero essere delle recidive.

Del mio lavoro ordinario da Carabiniere mi manca la proiezione verso l’esterno, l’odore dei vicoli della città in cui vivo, il vociare della gente, lo sbraitare degli automobilisti imbottigliati nel traffico caotico e sonoro di questa metropoli, l’ammiccamento di qualche onesto cittadino quando riesci ad acciuffare un malvivente ed assicurarlo alla Giustizia: la riconoscenza invisibile di chi vede lo Stato fare il proprio dovere.

Mentre sono intento a osservare Piazza Vittorio Emanuele Orlando dalla finestra del mio ufficio, qualcuno si avvicina alla porta chiusa e, dopo aver bussato, mi costringe ad aprire il mio luogo di supplizio.

«Ciao Lorenzo. Ma che caldo che fa qua dentro! Non hai un ventilatore? Perché non accendi il condizionatore?»

«Non posso». Gli dico, mestamente, e continuando aggiungo:

«È da giorni che la centrale termica è rotta».

«Ma che ci fai qui tutto solo soletto. Scenditene giù, vieni a trovare gli altri colleghi».

«Non posso. È l’unica postazione di lavoro che mi consente di interagire con gli uffici di Procura. Qui ho il mio PC, ho le mie cose. I ricordi di questi ultimi anni. Non potrei proprio cambiarlo con nessun’altro ufficio. Ti posso offrire un caffè?» Gli domando timoroso, in quanto so che Vincenzo Gambino, originario di Cavallino, Lecce, Ispettore di P.S., anch’egli alla soglia della pensione, ama solo il caffè prodotto dalla moka, ideata da Bialetti nel 1933.

«No, grazie,» mi dice in maniera del tutto prevedibile.

«Io, come sai, bevo solo il caffè della mia moka. La custodisco come se fosse un’antica reliquia».

«Dimmi, Vincenzo, in che cosa ti posso essere utile?»

«Lorenzo, mi devi aiutare».

«Certamente. Se posso, perché no?»

«Questa volta è diverso,» continuò Vincenzo, facendomi preoccupare un po’ per quello che mi voleva dire.

«Non mi fare stare in pena. Di che si tratta?»

«Mia figlia, Roberta, la conosci?»

«Sì, mi pare di sì. Che le è successo?»

«Frequenta cattive amicizie. Un tossico, penso che si faccia di crack. Dice che le fa pena e che lo vuole aiutare a liberarsi dal male che lo affligge. L’ho intravisto un giorno, credimi è ormai una larva umana. Proprio così».

«Dove vive? Non ha famiglia?» Gli chiedo, preoccupatissimo per il suo stato d’ansia, per il suo timore di poter perdere la sua secondogenita.

«Vive per strada».

«Ma la ragazza che dice? Le hai parlato? Gliel’hai detto che non ha i mezzi per poterlo aiutare e che quel ragazzo avrebbe di bisogno di andare in comunità?»

«Sì, sì, gliel’ho detto. Sai cosa mi ha risposto?»

«Dimmi!»

Ma che ne vuoi sapere tu dei problemi che affliggono i giovani d’oggi?”

«Hai capito? Questa è stata la sua risposta. Ma che devo fare, Lorenzo? Come devo intervenire? Per colpa di questo coglione spesso si reca da sola in ambienti malfamati. Temo per lei, per la sua incolumità».

Vincenzo si portò entrambe le mani in faccia, vergognandosi come un ladro per quelle lacrime calde che gli solcavano il viso, sulla quale una barba ispida, bianca, non curata da giorni faceva bella mostra di sé, segno che quell’uomo, quel padre di famiglia, stava vivendo un momento terribile della sua vita.

Dopo averlo guardato teneramente l’ho pregato di sedersi. Di bere il bicchiere d’acqua che gli porgevo. Di calmarsi, giacché ritenevo che la sua ragazza avrebbe capito da sé in che pasticcio si stava cacciando. Vincenzo si scusò, si asciugò gli occhi, ancora lacrimanti, e si recò verso la porta che avevo provveduto a chiudere alle nostre spalle non appena Vincenzo era entrato all’interno del mio angusto ufficio. Gli dissi di non preoccuparsi, che sarei stato pronto a dargli una mano, libero dal servizio, così da poter capire, fino in fondo, qual era l’entità del danno prospettatomi: qual era l’abisso in cui stava per precipitare Roberta; e poi, era necessario capire come ci saremmo potuti muovere in quell’ambiente legato alla tossicodipendenza, senza colpo ferire. Mi ha salutato baciandomi sulla guancia. È uscito dall’ufficio, lasciandomi esterrefatto per ciò che mi aveva appena raccontato. Rimasto da solo, mi sono seduto alla mia scrivania, sprofondando, letteralmente, sulla sedia d’ufficio. Respirai profondamente, tirando l’aria anche con la bocca. Quella boccata d’ossigeno mi riempì i polmoni e mi schiarì le idee. Mi ricordai che un tempo, quando mi occupavo di reati predatori e di micro criminalità, c’era un collega che aveva una certa dimestichezza con tutto ciò che riguardava lo spaccio, la tossicodipendenza, con i giovani e la loro vita sregolata. Prelevai dalla tasca destra dei miei pantaloni il mio telefono cellulare. Scrollai velocemente la rubrica e pigiai sull’icona “cornetta” che mi avrebbe consentito di poter colloquiare con Massimo, che, purtroppo, non vedevo e non sentivo almeno da circa cinque anni.

Il telefono squillò a lungo. Ma nessuno rispose.

Pensai che Massimo, forse, aveva potuto cambiare utenza e che il numero che avevo provveduto a registrare sul mio smartphone, un tempo, potesse essere stato assegnato ad altro utente.

Continuai ad occuparmi della pratica su cui stavo lavorando, promettendomi che avrei richiamato Massimo qualche ora dopo. Nel caso in cui non fossi stato in grado di rintracciarlo, lo sarei andato a trovare a casa, in maniera sfrontata. Ero sicuro del fatto che Massimo avrebbe capito, che mi avrebbe ascoltato, che si sarebbe messo a nostra disposizione per evitare che la figlia diciassettenne di un collega cadesse nel mondo infimo della droga, che coinvolge centinaia di milioni di persone nel mondo e genera profitti enormi per la criminalità organizzata: un traffico illecito che ogni anno fa registrare, in media, 500.000 decessi.

L’orologio al mio polso sinistro segnava già le ore 13:00. Era arrivata l’ora di andare a pranzo. I miei livelli glicemici segnalavano al mio corpo che avrei dovuto mangiare qualcosa, che non potevo più procrastinare l’assunzione di proteine e/o carboidrati. Erano anni, ormai, che a pranzo mangiavo soltanto carne, pesce, verdure, un piccolo panino integrale, e ingurgitavo un bicchiere d’acqua, preferibilmente a temperatura ambiente.

Sono le ore 21:00, o almeno è quello che il mio orologio da polso segna. È stata una giornata intensa. Una di quelle che ti toglie tutte le energie che ti sono rimaste in corpo. In mattinata ho partecipato anche ad un interrogatorio, che il mio boss aveva in agenda. Egli è un Magistrato inquirente che si occupa ormai da vent’anni di reati comuni presso la Procura di Palermo (furti, danneggiamenti, lesioni personali, omicidi, ecc. ecc.).

Dice che non gli interessa occuparsi di altro. Che vuole combattere il crimine che affligge Palermo limitandosi ad assicurare alla Giustizia solo quei “Malacarne” che gravitano all’ombra di Cosa Nostra panormita.

Non ho nulla da obiettargli. Chi sono io per poterlo contraddire. I suoi colleghi, suoi coevi, è ormai da tanti anni che hanno abbandonato questi uffici polverosi della Procura verso impieghi più importanti, quale potrebbe essere, ad esempio, un incarico presso la D.D.A. di Palermo, un’articolazione della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, riconosciuta a livello nazionale ed europeo come un presidio di altissima eccellenza investigativa nella lotta contro la criminalità organizzata di tipo mafioso.

Tra i reati di cui si occupa il mio capo vi è anche lo spaccio di sostanze stupefacenti e/o psicotrope. Sono indeciso se raccontargli o meno la vicenda che ha stravolto la vita del mio collega Vincenzo. C’ho pensato molto oggi circa quello che gli avrei potuto dire, senza ferire Vincenzo e incrinare il nostro rapporto d’amicizia.

Ho deciso, tuttavia, di cavarmela da solo. Ho ritelefonato a Massimo, in tarda mattinata, ma nulla. Nessuno rispondeva a quel numero che ho memorizzato in rubrica. Alle ore 14:00, stanco di attendere, ho cercato Massimo per vie traverse. Ho telefonato a Marco, un mio pari corso, che conosce bene Massimo e il suo gruppo investigativo. Marco mi ha detto che Massimo, al momento, non si trova in Italia. Che ha deciso di andare in missione. Al momento si trova in Palestina.

Questa proprio non ci voleva. Ho pensato che ora mi tocca prendere questa patata bollente con le mie mani. Non è la prima volta che ciò accade, ormai ci sono abituato a disbrigare matasse tanto contorte e dolorose di avvenimenti.

***

Quando arrivai in Sicilia, da Vice Brigadiere neo promosso, fui destinato a una Stazione Urbana di stanza in provincia di Agrigento. Mi presentai alla porta del Comando Stazione, dicendo al piantone: “Buongiorno, sono il Vice Brigadiere Roberto Ascali, assegnato a questo Comando dell’Arma come sottufficiale in sottordine.” Quanti ricordi… Lì imparai il mio mestiere, anche grazie ad un ottimo Maresciallo dell’Arma dei Carabinieri, poi congedatosi col grado di Maggiore. In quel territorio brullo, arso e riarso dal Sole, imparai a contrastare il malaffare, i vizi di una popolazione rurale che si barcamenava tra il lecito e l’illecito. Una generazione che, pur tuttavia, voleva cambiar vita e che cercava di dare alla sua progenie, un destino diverso che la sorte aveva assegnato loro. Il nucleo profondo di questa transizione si articolava sulle seguenti dinamiche cruciali: l’ambiguità del quotidiano (la popolazione rurale si muoveva in una zona grigia dove l’illegalità - come il contrabbando o il pascolo abusivo - veniva talvolta percepita come necessità primaria prima che come reato); la spinta del riscatto (il vero motore del cambiamento è stato il sacrificio dei genitori, disposti a tollerare la durezza della terra pur di garantire ai figli l’istruzione, l’emigrazione o un lavoro stabile, spezzando un ciclo di povertà apparentemente inevitabile); il ruolo dello Stato (operare in questi territori significava non solo reprimere il crimine, ma anche rappresentare un’alternativa credibile di giustizia e ordine in un luogo abituato a fare da sé). Una vera e propria rivoluzione antropologica.

Gli agricoltori pretendevano che i loro figli si affrancassero dalla terra e da tutto ciò che ne scaturiva (per lo più miseria, quella che costringeva sia i genitori che i loro figli, a una vita di stenti e di rassegnazione), prediligendo pagare fior fiori di quattrini per mandarli a studiare o a Catania o a Palermo, luoghi in cui, purtroppo, molti di loro si perdevano, cadendo tra le grinfie di criminali incalliti che gli facevano vedere il mondo con occhi diversi (gli occhi glaciali, ovvero quello sguardo vitreo dei tossici, ossia quel fenomeno legato all’alterazione della mimica oculare e dello sguardo, causato dagli effetti neurologici e fisiologici delle sostanze stupefacenti sul sistema nervoso centrale). Le grandi città siciliane come Catania e Palermo diventavano così il palcoscenico di un drammatico scontro generazionale e culturale.

Col trascorrere del tempo, nel corso della mia trentennale carriera, ho imparato che gli oppioidi ed eroina provocano una forte costrizione delle pupille, che diventano piccolissime, quasi invisibili. Gli stimolanti, invece, quali sono ad esempio la Cocaina, le Anfetamine, e l’MDMA, causano l’effetto opposto: cioè una forte dilatazione delle pupille. Gli occhi appaiono spalancati, lucidi, sbarrati e in continuo movimento.

Povero me. In che guaio mi sono cacciato? Chi, come me, è abituato a combattere battaglie pubbliche contro il malaffare o a gestire l’ordine sociale si scopre spesso disarmato di fronte alle dinamiche intime, dove le armi dell’autorità o della pura ragione non hanno alcun potere.

 

Le mie elucubrazioni mentali non mi aiutavano certamente a risolvere i problemi che assillavano Vincenzo e la di lui figlia:

Parlare con la ragazza? Non se ne parla! Che cosa le avrei potuto dire. Ha mandato a quel paese suo padre, pensa uno sconosciuto come me che, di punto in bianco, si vuole intromettere nella sua giovane vita. Avendo figli un po’ più grandi di lei, che ormai si sono affermati in società, ma che, pur tuttavia, sono stati degli adolescenti ribelli, ho intuito che una via d’uscita potesse essere quella di spiare i suoi profili social, prima fra tutti Instagram, il social network molto usato dai giovani d’oggi che cercano di apparire, agli occhi dei loro coetanei, ciò che non sono...

Dopo varie ricerche sono entrato nel suo profilo Instagram, aperto al pubblico, tuffandomi all’interno di un mondo che non mi appartiene. Una bellissima ragazza. Alta poco più di 173 cm, formosa, occhi chiari, capelli biondi. Mi soffermai a guardare una sua foto: ella si specchiava dinanzi ad uno specchio affisso alla parete della sua cameretta nell’intento di farsi un selfie. Un abito succinto le copriva a malapena il seno prosperoso. Sorrideva felice della sua beltà e della sua giovane età, facendo emergere un messaggio subliminale che diceva, pressappoco, che ella era sicura di sé. Quel profilo Instagram diventava, di colpo, una finestra aperta su una vita parallela, un archivio di immagini, storie e relazioni che amplificavano la distanza culturale e generazionale tra me e la ragazza.

La foto da me osservata mi colpì molto. Nell’angolo dello specchio non inquadrato direttamente dal telefono, sul ripiano sottostante una scaffalatura metallica, c’erano degli elementi che raccontavano una storia diversa: flaconi di medicinali, fazzoletti spiegazzati. Un’espressione del viso riflessa, per un gioco di angolazioni, denotava che quel sorriso fosse forzato nel suo selfie. Ciò evidenziava la discrepanza tra la perfezione mostrata sui social media e la reale vulnerabilità o sofferenza nella vita da lei vissuta tutti i giorni.

E poi, sullo sfondo della stanza riflessa nello specchio si notava un dettaglio inquietante, nostalgico. Un’ombra che non corrispondeva a nessun oggetto reale, la porta dell’armadio socchiusa da cui si intravedeva qualcosa…

Il suo passato, il senso di ansia costante incombeva nella sua quotidianità, nonostante i tentativi di apparire spensierata.


 


2

 

È da due giorni che cerco di sbirciare nella vita di Roberta, attraverso i suoi social media. Non è facile per me, abituato ad altre investigazioni. Eppure mi ci sono dovuto ficcare con tutte e due le scarpe, avendo promesso a Vincenzo che gli avrei dato una mano: una promessa solenne fatta ad un amico. Se nelle investigazioni classiche ci sono fatti, tracce fisiche, riscontri, sui social media ci sono solo apparenze, frammenti di una realtà filtrata ed esibita, dove è facilissimo trarre conclusioni errate o perdersi nel superfluo. Ci avrei dovuto provare. Dovevo capire sino a che punto la ragazza fosse coinvolta nel mondo della tossicodipendenza, un demone strisciante che consuma le vite dall’interno. Per uno sbirro come me, abituato a cercare riscontri oggettivi, decodificare i segni di una dipendenza attraverso lo specchio deformante dei social media diventava una sfida psicologica logorante. Infine mi sono arreso. È tardi. Raggiungo Aurora a letto.

Ho da poco spento la TV. Dopo aver chiuso il mio personal computer alla ricerca della vera Roberta, ho guardato una partita di calcio. Ho visto vincere la mia squadre del cuore, per l’ennesima volta quest’anno, contro una modesta formazione di media classifica.

Sono le ore 23:00. Mentre mi dirigo verso la camera da letto matrimoniale, da lontano sento il ronzio della vibrazione del mio smartphone, da me lasciato sotto carica sul tavolino della stanza da pranzo. Mi alzo di scatto, preoccupato di chi possa essere a quest’ora del giorno nel tentare di telefonarmi, poiché gli impegni lavorativi di una volta non esistono più e la vita d’ufficio da me condotta mi lascia sereno la sera, così da starmene in compagnia di mia moglie, senza l’assillo di essere sempre prontamente reperibile. Aurora mi chiede chi possa essere ed io le dico di non preoccuparsi, suggerendole di continuare a dormire. Ma dopo quella telefonata ella quel giorno non riprenderà più sonno.

«Pronto?»

Riconosco immediatamente la voce di Vincenzo Gambino. Le gambe cominciano a tremarmi. Con un singulto rispondo al suo “Pronto?”

«Lorenzo?»

«Sì?»

Vincenzo piange al telefono e non sente minimamente ciò che gli dico. Singhiozzando, egli ha solo il tempo di dirmi “Roberta non c’è più!” prima di riattaccare.

Ho un mancamento e crollo sul divano. Mia moglie mi conforta e mi suggerisce di andare a casa del mio collega Vincenzo. Si propone di accompagnarmi, ma io le dico di no, suggerendole di ritornare a letto e di non preoccuparsi per me.

Scendo di corsa le scale del palazzo dove abito. Metto in moto la mia utilitaria e mi avvio verso via Uditore. Qui, da vent’anni, abitano Vincenzo e i componenti il suo nucleo familiare. Il portone d’ingresso è aperto. So che abita al terzo piano. Sulle scale un agente del vicino Commissariato di P.S. mi blocca e mi chiede chi sia. Mi presento, facendogli vedere il mio tesserino identificativo, precisandogli anche che sono un amico fraterno di Vincenzo. L’agente mi dice che non posso salire. Che all’interno dell’appartamento ci sono gli uomini della Scientifica che stanno procedendo al sopralluogo di rito. Mi precisa che Roberta, la figlia del mio collega non ce l’ha fatta. Pensa che si tratti di un caso di overdose da assunzione massiva di sostanze stupefacenti. Che non può dirmi null’altro.

«Ma Vincenzo, sua moglie, dove sono?» Gli chiedo affannato, sia per le scale da me percorse “da centometrista”, sia per la situazione ambientale che si disvela ai miei occhi.

L’agente mi mette una mano sulla spalla destra e mi dice che sono stati accompagnati al vicino Pronto Soccorso dell’Ospedale Cervello, da un’autoambulanza intervenuta in quella via su loro segnalazione.

Preoccupatissimo lascio il palazzo in cui risiede Vincenzo per dirigermi verso il Pronto Soccorso dove il mio collega e quella povera donna di sua moglie sono stati trasportati d’urgenza, poco tempo prima.

Il telefono squilla. Mia moglie mi chiede notizie. Mi limito a dirle che si tratta di una tragedia. Che la ragazza è deceduta e che il mio collega e la di lui moglie, verosimilmente per la situazione venutasi a creare, ossia per il malore che li ha colpiti nell’osservare la figlia defunta, sono ricoverati al Pronto Soccorso dell’Ospedale Cervello.

Quella povera ragazza. Gli oppioidi che ha assunto gli hanno rilassato i muscoli della respirazione, rallentandole il battito cardiaco, fino a fermarglielo del tutto.”

Ragiono, nel mio ennesimo soliloquio. Poi, continuo con le mie elucubrazioni mentali in tal guisa:

Vincenzo e sua moglie non hanno retto alla visione di quella scena: la ragazza cianotica. La schiuma alla bocca o al naso. Il vomito sul pavimento, vicino al lettino. La siringa caduta sul pavimento, alla destra del cadavere.”

Scuoto la testa da sinistra verso destra come a voler cancellare quella scena che la mia mente ha ideato.

È terribile. Perdere una figlia in quel modo. Vincenzo, poveretto, non si riprenderà più. La sua vita è finita. La perdita di un figlio per overdose, infatti, provoca un lutto traumatico e complesso, caratterizzato da uno shock profondo, un devastante senso di colpa e il rischio di lacerazioni alla coppia genitoriale.

Le mie proiezioni mentali, purtroppo, si sono avverate. Me lo sentivo già, in cuor mio, che potesse succedere qualcosa di spiacevole a Vincenzo e a sua figlia Roberta. Una profezia che si autoavvera. A volte, infatti, la nostra mente si focalizza così tanto su una paura specifica da portarci a interpretare ogni piccolo segnale esterno come la prova assoluta che la nostra “proiezione” fosse corretta, amplificando l’impatto emotivo dell’evento.

Vincenzo e Sandra, sua moglie, sono stati dimessi dall’Ospedale presso cui avevano ricevuto le prime cure del caso, ore dopo. Ho atteso che fossero dimessi, così da potere stare vicino a loro e dare il mio supporto: un ruolo prezioso, ma anche faticoso. Vincenzo e Sandra avevano solo bisogno di essere ascoltati...

Sandra e Vincenzo si tormentavano chiedendosi se essi, in qualche modo, avrebbero potuto salvare la loro piccola figlia; si accusavano vicendevolmente di non averla protetta abbastanza, e di non essere stati in grado di riconoscere i segnali di allarme in tempo utile. La perdita di Roberta era per loro un evento che scuoteva le fondamenta delle loro stesse vite. La loro mente cercava disperatamente di trovare una spiegazione logica a un evento che logico non era. Il senso di colpa retrospettivo, ovvero la tendenza a riesaminare il passato alla luce di ciò che era stato, li stava straziando.

Pensai:

Quando il dolore per la perdita è intollerabile, la mente preferisce paradossalmente colpevolizzarsi pur di non accettare l’idea che l’evento sia stato fuori dal proprio controllo. Sentirsi in colpa dà l’illusione che si sarebbe potuto fare qualcosa, mentre accettare l’impotenza di fronte alla tragedia è un passo infinitamente più difficile.

Vincenzo si percuoteva le tempie, rabbioso verso il mondo esterno che egli, ormai, percepiva come indifferente. Il suo lutto non si sarebbe mai “cancellato”. Uno psicologo riuscì anni dopo a lenire il dolore della sua anima per il lutto traumatico subito.

Abbracciai Vincenzo e Sandra, piangendo come un bambino. Un dolore immenso avvolse il mio spirito. Un dolore mai provato prima nella mia vita. Dissi loro: «Capisco che vi sentiate così e mi dispiace immensamente per questo tormento». Mi guardarono come se avessi parlato dall’aldilà. Non capivano, e come avrebbero potuto capire il mio dolore, quando il loro era immane. Era un momento di solitudine e di un dolore indescrivibile quello provato da loro. Trovarsi di fronte a due genitori consumati da una tragedia così grande, significava per me scontrarsi con un muro invisibile: il loro dolore era così assordante da rendere impossibile per loro vedere, in quel momento, l’angoscia di chiunque altro, compresa la mia.

Mi resi conto, infine, che rimanere vicini a chi soffre mantenendo un rispettoso silenzio è spesso l’unica forma di supporto possibile, senza la pretesa di essere capiti.

 

***

 

Erano trascorsi mesi dall’evento luttuoso che aveva stravolto la vita di Vincenzo e di Sandra. Incontrai per caso Vincenzo mentre ero intento a percorrere via Volturno. Lo salutai affettuosamente. Egli era ancora smarrito per il lutto che lo aveva colpito. Mi raccontò che era stato in terapia. Arguii che lo psicologo e psicoterapeuta era stato per lui e sua moglie di fondamentale importanza. Che il dolore per la perdita di Roberta era stato per loro devastante; che era stato normale sentirsi sopraffatti dagli eventi.

Mi disse, piangendo, che aveva deciso di mettersi in aspettativa. Glielo dovevano, mi precisò. Lo abbracciai e lasciai che sfogasse il suo pianto sulla mia spalla sinistra. Me ne fregavo se la gente ci guardava basita e si chiedeva che cosa fosse successo. Il suo lutto aveva assunto le caratteristiche da disturbo da stress post-traumatico. Vincenzo e Sandra erano stati sopraffatti anche dallo stigma sociale: si erano isolati dal mondo esterno per paura del giudizio o per la vergogna sociale associata alla tossicodipendenza che era stata la causa della morte della povera Roberta.

Il terapeuta, che conoscevo bene da circa cinque anni, (ero stato io a presentarglielo a Vincenzo e a Sandra, per curare il loro stato di salute), non aveva cercato di cancellare il loro dolore, né di far loro dimenticare la figlia. Li aveva aiutati, in tutti quei mesi, a costruire, con il tempo necessario, un mondo nuovo e meno distruttivo di convivere con l’assenza, trasformando il legame interrotto in una memoria integrata e tollerabile.

Salutai Vincenzo e ritornai in ufficio. L’orologio al mio polso sinistro segnava le ore 14:00.

Vincenzo si allontanava a passi lenti. Io me ne rimanevo fermo sul marciapiede, guardandolo scomparire tra la folla. Ho fatto un respiro profondo; un nodo al petto che non se ne andava mi preoccupò molto...

Pensai:

“Mio Dio... com’è possibile che una persona si rimpicciolisca così tanto? Sembrava... sembrava che i suoi vestiti galleggiassero su un corpo svuotato. Quegli occhi. Non erano solo tristi, erano... altrove. Come se una parte di lui fosse rimasta ferma in quella stanza, in quel maledetto giorno, e qui ci fosse solo un’ombra a camminare. Cosa gli ho detto? Nemmeno me lo ricordo. Le solite frasi fatte... “Mi dispiace”, “Se hai bisogno ci sono”. Che stupido. Che parole stupide. Come si fa a dire “mi dispiace” a un padre che ha dovuto seppellire sua figlia? Una figlia uccisa da quel mostro invisibile che si è mangiato tutto, pezzo dopo pezzo, fino all'ultimo respiro. Ho avuto paura. Ecco la verità. Ho avuto paura di guardarlo dritto in faccia, perché nei suoi occhi c’era il terrore più grande di ogni genitore. E poi quel silenzio pesante, quel non detto che aleggiava tra noi. Avrei voluto nominare sua figlia, ricordare quando da bambina correva in cortile... ma ho avuto il terrore di farlo crollare. O forse avevo paura di crollare io. E la gente... la gente giudica. Sento già i sussurri, le frasi velenose dietro le spalle: “Era una tossica”, “Cercava i guai”, “Chissà dove stavano i genitori”. Che maledetta crudeltà. Come se il dolore avesse una classifica, come se questa morte valesse meno, come se si potesse colpevolizzare un amore così grande. Lui lo sa, lo sente questo peso. Si vedeva da come teneva le spalle curve, come se stesse cercando di difendersi dagli sguardi del mondo. Il senso di colpa lo sta divorando vivo, lo so. Si starà chiedendo ogni secondo cosa ha sbagliato, dove non ha guardato, quale porta non ha aperto in tempo. Volevo abbracciarlo più forte. Volevo dirgli che sua figlia non era la sua dipendenza, non era quell’ultima dose. Era una ragazza, era la sua gioia, e la sua vita ha avuto un valore immenso, nonostante la fine. Cosa posso fare adesso? Non posso lasciarlo solo. Non posso fare come gli altri che si girano dall’altra parte perché questo dolore fa troppo spavento. Non gli parlerò di futuro, non gli dirò che passerà, perché non passerà. Ma domani sarò lì. Busserò alla sua porta. Anche solo per stare seduti in silenzio, nella stessa stanza, a bere un caffè amaro. Ci sarò. Non permetterò che la vergogna degli altri lo isoli nel suo inferno.”


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